Amore e Politica ne La ragazza di Bube

La ragazza di Bube

Dopo un po’ (forse troppo) tempo, sono tornata a leggere un autore italiano. Ebbene sì, lo ammetto: non amo appassionatamente la letteratura italiana, soprattutto quella contemporanea (laddove si possa parlare di letteratura, chiaro).  Forse non la amo perché, spesso, non vi ritrovo quello che cerco. Però, bisogna ammetterlo, ci sono scrittori  che ti accarezzano l’animo. Anche dopo aver chiuso l’ultima pagina di un loro libro, riesci ancora a sentirne il tocco delicato che ti sfiora e ti sfiora e ti sfiora… Così è stato con La ragazza di Bube di Cassola, vincitore del Premio Strega nel 1960.

Dall’introduzione di Geno Pampaloni all’edizione Bur:

La vicenda è ambientata in Toscana, in uno dei luoghi deputati del mondo cassoliano, la Val d’Elsa, e i suoi protagonisti vivono ancora nell’atmosfera appassionata della Resistenza da poco conclusa con la liberazione. Bube è stato un valoroso partigiano, e ha trovato nella lotta un’immagine di sé che lo soddisfa ma al tempo stesso lo chiude come in uno stereotipo. Giovane timido, elementare e in sostanza impreparato alla vita, la rudezza spiccicativa della sua determinazione di combattente gli ha conquistato il titolo di “Vendicatore”; e quando scende dalle montagne e torna alla vita di pace (una vita incolore e deserta di funzionario di partito), sentirsi ancora “Vendicatore” è per lui un povero orgoglio ma anche un oscuro, ma toccante, e in fondo generoso, sentimento di fedeltà. C’è un episodio assai significativo a questo proposito. Una sera Bube incontra il prete Ciolfi, vecchio fascista che, come tale, era dovuto scappare dal paese; insieme al rancore politico c’è nell’animo di Bube un sentimento di pietà per quel vecchio conosciuto sin dall’infanzia; fa quindi finta di non vederlo, e cerca poi di proteggerlo dalla furia di qualche donna più aggressiva. Ma quando sente che l’accanimento popolare contro l’avversario è più tenace della sua pietà, si trasforma da difensore in aggressore: è a lui, al “Vendicatore”, che tocca il compito e l’onore di picchiare. Con questo spirito incorre in un incidente più grave, da cui tutta la sua vita sarà segnata. Nato un alterco tra comunisti e un marescilallo dei carabinieri (decorato della Resistenza; ma questo si saprà dopo; nel ’45, agli occhi di un comunista, non può essere che un fascista), si accende una sparatoria in cui il maresciallo uccide un compagno, un altro compagno uccide il maresciallo, e Bube, ripreso nel vortice della spregiudicatezza crudele di combattente vissuto tanto tempo alla macchia, insegue e uccide il figlio del maresciallo.  Bube si era innamorato di Mara quando la guerra era finita da poco; prima degli incidenti sopra accennati. L’assassinio si mescola proprio al fiorire più trepido e appassionato dell’amore, allo sbocciare tenerissimo della giovinezza di lei. L’incontro d’amore nel capanno, ove i due giovani si nascondono in attesa degli uomini del partito incaricati di organizzare la fuga di Bube dopo l’uccisione del figlio del maresciallo, non solo raccoglie alcune tra le più delicate pagine d’amore del nostro Novecento, ma ha quasi una funzione di lavacro, di rigenerazione, come se, insieme a Mara, Bube avesse miracolosamente attraversato le acque del Lete. La vita procede altrimenti. Il delitto non viene dimenticato o archiviato: Bube subisce processo e condanna.  Si inserisce qui uno dei temi più controversi del romanzo, che supera la situazione contingente nel quale è inserito dal narratore e consente, per esempio, anche una lettura attuale, post-sessantottina. E’ il tema che possiamo definire dell’ “educazione politica”. Bube si sente tradito dal suo partito, non soltanto perché dopo il delitto (che egli pensa di aver compiuto quasi per delega del suo partito), il partito non lo difende abbastanza. Il “tradimento” di cui Bube si sente vittima è retrospettivo, e ha avuto inizio sin da quando il partito lo ha educato ai valori della violenza punitiva, lo ha accettato o sollecitato nel ruolo di “Vendicatore”, senza avvertirlo dei rischi mortali che egli correva, del non-valore etico (e ora anche politico) implicito nell’ideologia della violenza.  Nella parte finale la funzione di portagonista passa a Mara, la più consapevole dell’atroce tranello che la vita ha teso al suo uomo. Mentre Bube è in prigione in attesa del processo, la vediamo andare a Colle val d’Elsa a servizio; incontra un giovane operaio ed è sfiorata dalla casta tentazione di un nuovo amore; ma dopo la condanna di Bube decide di essere per sempre la sua donna, di aspettarlo per tutti gli anni che a lui restano da passare in carcere, per ricostituire e riconsacrare un affetto che è anche un dovere verso un uomo che ha sbagliato la propria vita. Amore e dovere s’intrecciano con gli errori del passato; ma l’esito non può essere che la fedeltà, a se stessa, al fiore della propria giovinezza e alla ragione del proprio destino.

Questa parte dell’introduzione mi sembra significativa perché, in essa, sono racchiuse, più o meno, le tematiche fondamentali del libro: da una parte l’amore; dall’altra, la politica.

Parto con le mie considerazioni cominciando proprio da quest’ultimo aspetto.

Mi sono sempre chiesta cosa sarebbe successo in Italia se, alla fine della guerra, i partigiani si fossero rifutati di consegnare le armi ad americani e inglesi, se i fascisti non fossero stati graziati. Come al solito, ci siamo dovuti assoggettare a una “dominazione” straniera, caratteristica che contraddisitngue l’Italia dall’alba dei tempi. Certo, gli italiani erano stremati e non ce l’avrebbero fatta a continuare a combattere però, porca miseria, la Resistenza è stato l’unico periodo, nella storia italiana, in cui siamo riusciti ad alzare la testa, a ribellarci anche a costo della vita. Per poi soccombere a un altro dominatore. Tipico.

Il padre di Mara, anch’egli comunista, ribadisce, nel corso del romanzo, che inglesi e americani sono delle bestie e che è stato un grosso errore lasciare liberi i fascisti ( in seguito, viene concessa loro l’amnistia mentre a Bube no).

S’era detto sempre, quando viene il momento, si sradica una volta per sempre la malerba. Ma sì, è bastato che venisse la moglie a piangere, oppure i figlioli… Come se uno, perché ha moglie e figlioli, gli si dovessero perdonare vent’anni di dlinquenza! Io glielo dico sempre ai compagni: siamo stati a perder tempo con le chiacchiere, e invece, quello era il momento di agire. Ma io lo proposi: prendiamo quei tre o quattro, portiamoli nel bosco, una bella scarica nella schiena, e via.

Anche Lidori, un compagno amico di Bube, la pensa allo stesso modo:

Ci siamo fatti ingannare, ecco qual è la verità: nel ’45, quello era il momento di agire…

E qualcuno ribatte:

Con gl’inglesi e gli americani in casa?

Forse sì. Forse avremmo dovuto rischiare perché la storia che stiamo vivendo noi, il degrado che ci sta attorno, non è che una diretta conseguenza del dopoguerra; una diretta conseguenza dei nostri errori. Abbiamo graziato i fascisti che, a un certo punto, avevano avuto la decenza di andarsi a nascondere nelle fogne. Da qualche anno a questa parte, però, ne sono abbondantemente riemersi, tanto da istituire delle ronde che si richiamano direttamente a Mussolini e alle divise delle SS. Preoccupante, tutto ciò. E chi dobbiamo ringraziare, per questo? Il “caro” Togliatti? Gli americani che sovvenzionarono i democristiani pur di far perdere le lezioni ai comunisti? (Altrimenti ci potevamo scordare aiuti da parte loro). Non so chi dobbiamo ringraziare, so solo che La ragazza di Bube, letto oggi, letto nel 2009, letto quando Berlusconi somiglia sempre di più a Mussolini, letto quando, senza nemmeno accorgercene, stiamo perdendo fin troppi diritti, beh… fa pensare.  Pur essendo chiara la condanna di Cassola contro la deriva violenta della Resistenza, credo che gli italiani avrebbero dovuto agire in modo diverso per dimostrare,anzitutto a loro stessi, di essere un popolo fiero. Oggi non siamo altro che un popolo di idioti che idolatra un nano altrettanto idiota.

A questo punto, in realtà, mi verrebbe da chiuderla qui. Come si fa a parlare d’amore? Eppure Cassola ci riesce benissimo. Geno Pampaloni non ha tutti i torti quando definisce le sue pagine sull’amore alcune tra le più delicate del Novecento italiano. Eccone un esempio:

Oh, Bubino, sono più brava io a fare i discorsi! Ma l’ho capito lo stesso cosa volevi dire. E allora, ascoltami: quando saremo sposati, non saremo più due, ma una persona sola. Saremo felici insieme… e se avremo qualche dolore, lo avremo insieme. Per esempio, se ti farà male un dente, anch’io sentirò male a un dente… Oh, Bubino, ma tu ti annoi coi miei discorsi. E hai ragione, sai… Dice tante sciocchezze la tua Mara… Ma non gliene devi volere. Perché sono sciocca, è vero, ma in compenso ti voglio tanto bene… mi sembra di non poterlo contenere il bene che ti voglio.

In queste parole così semplici è nascosta l’essenza dell’amore, essenza che una semplice popolana coglie alla perfezione. Amore così grande che, a un certo punto, le parole non bastano più. E Mara l’ha capito benissimo. Mara lo capisce perhé, in realtà, questo è il suo romanzo.  Se, da un lato, Bube rappresenta la consapevolezza, “l’educazione politica”, Mara è una figura a tutto tondo che, grazie a questo amore, cresce e matura. All’inzio sembra una ragazzetta come tutte le altre: pronta a spettegolare, desiderosa di avere un paio di scarpe con i tacchi, una borsetta o un vestito nuovo. Ma l’amore per Bube comincia a cambiarla, a renderla più consapevole del mondo che la circonda. Se, inizialmente, è contenta del paesello in cui vive, dopo la fuga dell’amato sente il bisogno di allontarsi da un luogo in cui tutto sono a conoscenza di tutto e in cui si fa presto a giudicare gli altri. Passa il tempo e si innamora di un altro uomo, si fa conquistare da quelle sensazioni che si provano quando sboccia un nuovo amore: Bube non è più nei suoi pensieri. E’ lontano e non sa se potrà mai tornare. Eppure non vuole lasciarlo, perché sa che lui vive solo per poterla rivedere. Sarebbe scorretto, da parte sua, lasciarlo mentre lui è via. E così è combattuta tra la possibilità di un nuovo amore e la fedeltà al vecchio. Se fosse frivola come una volta, probabilmente sceglierebbe il nuovo ma, a maggior ragione quando Bube torna in Italia e viene arrestato, lei sa di essere legata a lui. Non può lasciarlo: il giovane continua a vivere soltanto perché sa che lei lo attende. E’ una grande prova di coraggio da parte di Mara, una grande prova di pazienza e sopportazione: rinuncia a un amore a portata di mano per aspettare  Bube, anche se ci vorranno 14 anni prima di poter vivere insieme.

Mara e Bube, due personaggi fedeli, fedeli alla politica, fedeli all’amore.

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