Alice… tradotta da Alice

Dopo un po’ di tempo mi rifaccio viva su questi lidi con la traduzione di un capitolo dell’opera da cui prende il nome questo blog. A breve, posterò anche una disamina su alcuni elementi peculiari di questo capitolo, su come li ho resi in italiano e sulle diverse rese di undici traduttori italiani!

Alice nel paese delle meraviglie

Capitolo 7: un tè da pazzi

La Lepre Marzolina e il Cappellaio Matto stavano prendendo il tè seduti a un tavolo apparecchiato sotto un albero, di fronte alla casa: tra loro, profondamente addormentato, sedeva un Ghiro che usavano come cuscino poggiandoci sopra i gomiti mentre gli parlavano sopra la testa. “Molto scomodo per il Ghiro”, pensò Alice, “ma visto che sta dormendo suppongo che non gli importi”.

Il tavolo era lungo ma i tre se ne stavano ammassati in un solo angolo. “Non c’è posto! Non c’è posto!”, esclamarono quando videro arrivare la bambina. “C’è un sacco di spazio!”, ribatté lei indignata, e si accomodò su un’ampia poltrona a un capo del tavolo.

“Prendi del vino”, la invitò la Lepre Marzolina con tono incoraggiante.

Alice diede un’occhiata sul tavolo ma non vide altro che tè.

“Di vino non ne vedo”, osservò lei.

“Non ce n’è”, rispose la Lepre.

“Allora non è stato molto cortese da parte tua offrirmene”, disse Alice con rabbia.

“Non è stato molto cortese da parte tua sederti senza essere invitata”, notò la Lepre.

“Non sapevo che fosse il vostro tavolo”, disse Alice, “è stato apparecchiato per un numero di molto superiore a tre”.

“I tuoi capelli hanno bisogno di una spuntatina”, fece il Cappellaio. Per un po’ se n’era rimasto a fissare la bambina con gran curiosità e questo fu il suo primo intervento.

“Dovresti imparare a non fare osservazioni personali”, cominciò Alice con un pizzico di severità, “è davvero scortese”.

Al sentire ciò il Cappellaio spalancò gli occhi ma tutto quel che disse fu: “perché un corvo somiglia a una scrivania?”

“Ecco, adesso comincia il divertimento!”, pensò Alice. “Sono contenta che abbiano cominciato a porre degli indovinelli. – Credo di poterlo risolvere”, aggiunse a voce alta.

“Intendi dire che pensi di poter trovare la risposta?”, chiese la Lepre Marzolina.

“Proprio così”, confermò lei.

“Allora dovresti dire cosa intendi”, aggiunse la Lepre.

“Sì”, replicò in fretta Alice, “almeno – almeno io intendo quello che dico, che è la stessa cosa, sapete”.

“Non è per niente la stessa cosa!”, esclamò il Cappellaio Matto. “Perché altrimenti sarebbe come dire che ‘Vedo quello che mangio’ è lo stesso di ‘Mangio quello che vedo’!”

“Sarebbe come dire”, aggiunse la Lepre, “che ‘Mi piace quello che prendo’ è lo stesso di ‘Prendo quello che mi piace’!”

“Sarebbe come dire”, intervenne il Ghiro, che sembrava parlare nel sonno, “che ‘Respiro mentre dormo’ è lo stesso di ‘Dormo mentre respiro’!”

“Per te è proprio la stessa cosa”, disse il Cappellaio, e a questo punto la conversazione cessò e la combriccola se ne rimase in silenzio per qualche minuto, mentre Alice ripensava a tutto quello che riusciva a ricordare su corvi e scrivanie, che non era molto.

Il Cappellaio fu il primo a rompere il silenzio. “Che giorno del mese è?”, chiese rivolgendosi alla bambina: aveva tirato fuori l’orologio dal taschino e lo stava esaminando con ansia, scuotendolo di tanto in tanto, per poi avvicinarselo all’orecchio.

Alice ci pensò su un momento e poi rispose: “il quattro”.

“Indietro di due giorni!”, sospirò il Cappellaio. “Te lo avevo detto che il burro non avrebbe fatto bene agli ingranaggi!”, aggiunse, indirizzando uno sguardo rabbioso verso la Lepre Marzolina.

“Ma era burro della miglior qualità”, replicò la Lepre con fare sottomesso.

“Va bene, ma devono esserci finite dentro anche delle briciole”, borbottò il Cappellaio, “non avresti dovuto spalmarglielo con il coltello per il pane”.

La Lepre Marzolina prese l’orologio e lo osservò con tristezza; quindi lo immerse nella sua tazza di tè  e tornò a esaminarlo, ma non riuscì a pensare a niente di meglio da dire se non ripetere la sua prima osservazione, “sai bene che era burro della miglior qualità”.

Alice era rimasta a osservarlo da sopra le sue spalle con curiosità. “Che strano orologio!”, notò, “indica la data ma non l’ora!”

“Perché dovrebbe?”, brontolò il Cappellaio. “Per caso il tuo indica l’anno?”

“Certo che no”, replicò Alice prontamente, “ma questo perché un anno dura tanto tempo”.

“Che è proprio il caso del mio”, disse il Cappellaio.

Alice si sentì terribilmente confusa. L’osservazione del Cappellaio le sembrava non avere un briciolo di significato nonostante fosse stata fatta in modo corretto. “Non riesco proprio a capirti”, disse più educatamente possibile.

“Il Ghiro si è addormentato di nuovo”, fece il Cappellaio e gli versò del tè bollente sul naso.

Il Ghiro scosse la testa con impazienza e disse, senza aprire gli occhi, “certo, certo: proprio quello che stavo per notare io stesso”.

“Hai risolto l’indovinello?”, chiese il Cappellaio rivolgendosi di nuovo ad Alice.

“No, mi arrendo”, replicò. “Qual è la soluzione?”

“Non ne ho la più pallida idea”, rispose il Cappellaio.

“Nemmeno io”, aggiunse la Lepre.

Alice sospirò, stanca.

“Penso che potreste sfruttare meglio il vostro tempo”, disse, “piuttosto che sprecare esso con indovinelli che non hanno soluzione”.

“Se tu conoscessi il Tempo come lo conosco io”, esordì il Cappellaio Matto, “non ne parleresti in questi termini. E’ un lui, non un esso”.

“Non capisco cosa intendi dire”, disse Alice.

“È naturale che non capisci”, ribatté il Cappellaio scuotendo la testa con sdegno. “Suppongo che tu non abbia mai parlato con il Tempo!”

“Forse no”, replicò lei con cautela, “ma so che devo batterlo quando studio musica”.

“Ah, questo spiega tutto!”, esclamò il Cappellaio. “ Lui non sopporta di essere battuto. Ora, se provi ad andarci d’accordo, farà praticamente tutto quello che vuoi con l’orologio. Per esempio, supponiamo che siano le nove del mattino, l’ora esatta in cui cominciano le lezioni: devi solo bisbigliare una parolina al Tempo e l’orologio andrà avanti in un batter d’occhio! L’una e mezza, ora di pranzo!”

(“Come vorrei che fosse così”, mormorò tra sé la Lepre Marzolina).

“Sarebbe sicuramente splendido”, disse Alice, pensierosa, “ma capite bene che per allora non sarei affamata”.

“Forse non subito”, rispose il Cappellaio, “ma potresti tenere le lancette sull’una e mezza per tutto il tempo che vuoi”.

“È così che fai tu?”, chiese Alice.

Il Cappellaio scossa la testa tristemente. “Non io!”, replicò. “Abbiamo litigato lo scorso marzo, poco prima che lei impazzisse, sai…” (indicò la Lepre Marzolina con il cucchiaino) “… è successo al gran concerto dato dalla Regina di Cuori, durante il quale dovevo cantare

Brilla, brilla, pipistrello

Dimmi un po’ “che fai di bello?”

Forse conosci questa canzone”.

“Ho sentito qualcosa di simile”, rispose Alice.

“E poi, come sai”, continuò il Cappellaio, “va avanti in questo modo:

In cima al mondo te ne vai

E con me non resti mai.

Brilla, brilla…”

A questo punto il Ghiro si riscosse e cominciò a cantare, ancora addormentato, “brilla, brilla, brilla, brilla…”, andando avanti tanto a lungo che dovettero dargli un pizzicotto per farlo smettere.

“Beh, avevo appena concluso la prima strofa”, continuò il Cappellaio, “quando la Regina sbraitò: ‘sta ammazzando il tempo! Tagliategli la testa!”

“Che crudeltà!”, esclamò Alice.

“E da quel momento in avanti”, concluse il Cappellaio, afflitto, “non fa più quello che gli chiedo! Adesso sono sempre le sei del pomeriggio”.

Ad Alice venne un’idea brillante. “È questo il motivo per cui sono stati tirati fuori tutti questi servizi da tè?”

“Sì, è proprio così”, rispose il Cappellaio con un sospiro, “è sempre l’ora del tè e negli intervalli non abbiamo il tempo di ripulire tutto”.

“Quindi continuate a spostarvi di posto, giusto?”, chiese Alice.

“Esatto”, rispose il Cappellaio, “man mano che le tazze si sporcano”.

“Ma cosa succede quando ritornate al principio?”, si azzardò a chiedere la bambina.

“E se cambiassimo argomento?”, li interruppe la Lepre Marzolina, mentre sbadigliava. “Questo qui mi ha stufato. Propongo che la signorina ci racconti una storia”.

“Temo di non conoscerne nessuna”, rispose lei, messa in allarme dalla proposta.

“Allora lo farà il Ghiro!”, esclamarono i due. “Svegliati, Ghiro!” e lo pizzicarono su entrambi i fianchi contemporaneamente.

L’animale aprì gli occhi con lentezza. “Non stavo dormendo”, disse con una vocina esile esile, “ho sentito ogni vostra parola”.

“Raccontaci una storia!”, disse la Lepre Marzolina.

“Sì, per favore”, lo pregò Alice.

“E sii veloce”, “aggiunse il Cappellaio, “altrimenti ti sarai riaddormentato prima di averla conclusa”.

“C’erano una volta tre sorelline”, si precipitò a cominciare il Ghiro, “che si chiamavano Elsie, Lacie e Tillie e vivevano sul fondo di un pozzo…”

“Di cosa si nutrivano”, chiese Alice, sempre molto interessata alle questioni sul mangiare e sul bere.

“Si nutrivano di melassa”, rispose il Ghiro, dopo averci riflettuto un paio di minuti.

“Non  avrebbero potuto farlo”, osservò lei con gentilezza, “si sarebbero ammalate”.

“Infatti lo erano”, ammise l’animale, “molto malate”.

Alice provò a immaginare quanto sarebbe stato bizzarro vivere in quel modo ma la cosa la disorientò parecchio per cui continuò, “ma perché vivevano sul fondo di un pozzo?”

“Prendi un altro po’ di tè”, disse la Lepre ad Alice, con estrema serietà.

“Non ne ho ancora preso”, replicò lei, offesa, “quindi non posso prenderne di più”.

“Intendi dire che non puoi prenderne di meno”, aggiunse il Cappellaio, “è molto facile prendere più di niente”.

“Nessuno ha chiesto la tua opinione”, ribatté Alice.

“Chi è che fa osservazioni personali adesso?” notò il Cappellaio trionfante.

Alice non sapeva proprio come ribattere quindi si servì un po’ di tè e del pane e burro; poi, rivolgendosi al Ghiro, ripeté la sua domanda: “perché vivevano sul fondo di un pozzo?”

L’animale si concesse di nuovo un paio di minuti per rifletterci e poi disse: “era un pozzo di melassa”.

“Non esiste una cosa simile!” Alice stava cominciando davvero ad arrabbiarsi ma il Cappellaio e la Lepre le fecero “Sssst! Sssst!” e il Ghiro replicò imbronciato, “se non sai essere garbata, faresti meglio a concludere la storia da sola”.

“No, per favore, continua!”, lo pregò Alice con fare assai umile. “Non ti interromperò più. Suppongo che possa esisterne almeno uno”.

“Uno, per l’appunto!” esclamò il Ghiro, indignato. Tuttavia acconsentì ad andare avanti. “E così queste tre sorelline stavano imparando a ritrarre, sai…”.

“Che cosa ritraevano?”, chiese Alice, che si era completamente dimenticata della sua promessa.

“Melassa”, rispose il Ghiro che, questa volta, non ci fece per nulla caso.

“Voglio una tazza pulita”, interruppe il Cappellaio. “Cambiamo tutti posto”.

Mentre parlava si spostò e il Ghiro lo seguì. La Lepre prese il posto del Ghiro e Alice, piuttosto di malavoglia, occupò quello della Lepre Marzolina. Il Cappellaio fu l’unico a godere di qualche vantaggio dal cambiamento, al contrario di Alice che si ritrovò in condizioni decisamente peggiori di prima perché la Lepre Marzolina aveva appena rovesciato la caraffa del latte sul suo piattino.

La bambina non desiderava offendere nuovamente il Ghiro così fu molto circospetta: “ma non capisco. Da dove ritraevano la melassa?”

“Se si può trarre e ritrarre l’acqua fuori da un pozzo per l’acqua”, cominciò la Lepre, “mi verrebbe da pensare che si possa trarre e ritrarre la melassa fuori da un pozzo di melassa, stupida!”

“Ma loro si trovavano dentro il pozzo”, disse Alice al Ghiro, preferendo ignorare quest’ultimo appunto.

“Certo che lo erano”, confermò quello “ben dentro anche”.

“Stavano imparando a ritrarre”, continuò, mentre sbadigliava e si sfregava gli occhi per il troppo sonno, “e ritraevano ogni sorta di cose, tutte quelle che  cominciano per M…”.

“Per M?”, chiese Alice.

“Perché no?”, rispose la Lepre.

Alice tacque.

Nel frattempo, il Ghiro aveva chiuso gli occhi per farsi un pisolino ma, pizzicato dal Cappellaio, si risvegliò con uno strilletto e continuò: “… che cominciano per M, come mollica di pane, montagna, memoria e mare magnum. Tu sai cos’è un mare magnum, no? Hai mai visto il disegno di un mare magnum?”

“In realtà, ora che me lo domandi”, fece Alice, estremamente confusa, “non credo di…”

“Allora faresti meglio a tacere”, ribatté il Cappellaio.

Questo rude attacco fu più di quanto Alice riuscisse a sopportare: si alzò, profondamente offesa, e se ne andò. Il Ghiro si addormentò all’istante e gli altri due non fecero minimamente caso alla sua partenza, sebbene lei si guardasse indietro un paio di volte, con la mezza speranza di essere richiamata. L’ultima volta che li vide stavano cercando di infilare il Ghiro nella teiera.

“Comunque, non ci metterò più piede!” si disse mentre procedeva con cautela attraverso il bosco. “È stato il tè più stupido a cui abbia mai partecipato in vita mia!”

Proprio mentre faceva quest’osservazione notò che uno degli alberi aveva una porta che conduceva dritto al suo interno. “Ciò è davvero curioso!”, pensò. “Ma oggi tutto è curioso. Potrei anche entrarci subito”. E così fece.

Ancora una volta si ritrovò nel lungo vestibolo, nei pressi del tavolino di vetro. “Beh, questa volta ci riuscirò”, si disse e cominciò con il prendere la chiavetta d’oro e aprire la porta che conduceva in giardino. Poi si mise al lavoro mordicchiando il fungo (ne aveva conservato un pezzo in tasca) finché non fu alta più o meno un piede; quindi si infilò nel piccolo corridoio e allora… si trovò finalmente nel bel giardino tra le aiuole splendenti e le fresche fontane.

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3 risposte a Alice… tradotta da Alice

  1. SaraMi ha detto:

    Mi manca il tempo per leggerlo tutto, ma – in attesa di trovarlo – ti faccio i miei complimenti!

    • ilpaesedellemeravigliedialice ha detto:

      Ciao Sara,
      grazie! Non sai quanto mi diverte tradurre i giochi di parole o le filastrocche. E’ una bella sfida che mi diverte un mondo e mi appassiona!

  2. ciao Alice,
    per caso lo hai tradotto tutto?🙂
    spero di sì,
    grazie e un bell’in bocca al lupo per ogni cosa

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