Il concerto invincibile

L’anno cinematografico si è aperto all’insegna di una sonora cacata… ebbene sì, ho dovuto vedere Avatar.

Che dire? Un film inutile. Che cosa mi ha dato? Che sensazioni mi ha trasmesso?

Niente, nulla di nulla, altro che much of a muchness.

In realtà mi sono portata a casa un bel mal di testa, gentile omaggio del cinema 3D ai poveri esseri costretti a portare gli occhiali perché ciechi come talpe.

E poi?

Il nulla.

Dove stava l’originalità? Se c’era, era ben nascosta perché io non l’ho proprio vista.

Dove avete detto che sta, nella storia? Sì, certo, perché no. In effetti è la prima volta che si parla dell’amore contrastato tra due razze, come se i romanzi di fantascienza non ne avessero mai parlato (andatevi a leggere Theodore Sturgeon e poi mi dite). Dov’è dov’è? Negli effetti speciali? Per qualche scena in 3D sai che originalità, davvero. Aspetta aspetta, qualcuno mi dice perché Si sono inventati questo popolo blu, gigante e che parla un’altra lingua? Mmm, esseri alti che vivono in simbiosi con la natura, parlano un altro linguaggio… insomma gli elfi del Signore degli anelli. Ok. E poi? Ah, certo… le isole galleggianti. Originalissime. Andatevi a leggere I viaggi di Gulliver. Ok. I paesaggi, le piante colorate? Carine, carine. Ma questo non basta a rendere il film un capolavoro e la riprova sono stati gli Oscar che ha vinto, miglior fotografia, scenografia, effetti speciali. Stop. Che poi erano gli unici motivi per cui andare a vedere il film.

Per fortuna è ancora possibile andare al cinema e commuoversi per la sublime bellezza di un film.

Sì, lo ammetto: mentre vedevo Il concerto e Invictus avevo gli occhi lucidi. È vero pure che io mi commuovo in continuazione e quindi non faccio testo ma questi film sono davvero grandiosi. Al di là dei dati oggettivi, in entrambi i casi gli attori si sono rivelati eccezionali, per me si tratta di questioni personali. È così, non c’è niente da fare: a queste opere ero legata ancor prima che uscissero. Dovevo vederle necessariamente.

Ma andiamo con ordine.

Il concerto (di Radu Mihaileanu), storia di un direttore d’orchestra cacciato dal Bolshoi perché con lui suonavano degli ebrei che finiscono a morire in Siberia. Storia di rivalsa, conti in sospeso, armonia perduta e ritrovata dopo trant’anni, il tutto narrato con leggerezza, mescolando occidente e oriente, cultura russa e cultura francese, cultura ebraica e cultura rom, senza scadere mai nel patetico.

E la musica… la musica è Tchaikovsky, è iddish, è rom… è musica. È musica per ridere, piangere, ballare, ricordare, per non dimenticare. Per non dimenticare le nostre radici, la nostra storia. Per imparare.

Invictus (di Clint Eastwood), Nelson Mandela presidente dell’unico stato in cui la segregazione razziale è riconosciuta per legge. Sarebbe facile decidere di cambiare tutto, far provare ai bianchi le umiliazioni subite dai neri… Mandela decide di seguire un’altra strada, la via dell’unione. E come fare? Con lo sport. Semplice come bere un bicchier d’acqua. Peccato che i neri giochino a calcio e i bianchi a rugby. Puntare sul calcio, allora? No, Mandela ha un cervello ben oliato e punta sul rugby, lo sport dei conquistatori, lo sport dei razzisti. Unire il popolo coinvolgendo vinti e vincitori, perdonando i vinti per quello che hanno fatto. E ci riesce. Ci riesce bene.

Mi ha colpito l’estrema sensibilità di Clint Eastwood, come dipinge la solitudine di Mandela, un uomo che si porta sulle spalle un fardello assai gravoso, un uomo che si è fatto quasi trent’anni di prigione, un uomo che decide di imboccare la via impervia della pace. Cedere alla vendetta, quando si ha una nazione nelle proprie mani, sarebbe troppo scontato. E Francois Pienaar, il capitano della squadra di rugby South Africa Springboks, che decide di far visitare ai suoi compagni di squadra la prigione di Robben Island, e si chiede come si possa fare a passare ventisette anni della propria vita in una cella larga quanto l’apertura di braccia di un uomo.

Ecco, sono questi i film per cui vale la pena andare al cinema, per cui vale la pena fermarsi a riflettere. Sono quelli che ti rimangono dentro, che ti aprono delle ferite ma che sanno anche richiuderle.

PS: tra i commenti all’articolo potete trovare le mie riflessioni su Alice in Wonderland di Tim Burton.

Informazioni su Dreaming Alice

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5 risposte a Il concerto invincibile

  1. Alessandro ha detto:

    Sono d’accordo con te. Avatar non è stato granchè. E devo confessarlo anche Il Concerto mi ha fatto molto commuovere, Invictus un po meno. Il concerto è stato un progredire di sorprese, Invictus per molti versi ti dava forti pugni quando ti mostrava la nuda realtà del razzismo e la volontà ferrea di quest’uomo di non piegarsi alla facile e gratuita vendetta.

  2. Ciao!

    Acquisti subito 50 punti stima per la tua stroncatura di Avatar.

    E, parlando di 3D, proprio su questo blog, non posso esimermi dal chiederti se hai visto la nuova Alice in 3D di Tim Burton, e cosa ne pensi.

    A presto

    • ilpaesedellemeravigliedialice ha detto:

      Eh, eh, caro Giuseppe, come si suol dire, con questa domanda mi inviti a nozze!

      Avrei voluto scrivere un post su Alice in Wonderland ma, per un motivo o per un altro, non l’avevo ancora fatto, quindi ne approfitto adesso.

      Quando seppi che Tim Burton, uno dei miei registi preferiti, avrebbe fatto la sua versione di Alice con Jhonny Depp nelle vesti di Cappellaio Matto, be’, inutile negarlo, ero al settimo cielo. Non vedevo l’ora. Prima di vederlo al cinema ho letto la sceneggiatura tradotta dal bravissimo Luca Fusari ma già qualcosa non mi tornava. Mi era rimasto l’amaro in bocca. Come avrai capito, Alice nel paese delle meraviglie e il suo seguito sono i libri che amo più di ogni altra cosa. Proprio per questo ho deciso che non avrei fatto paragoni perché la letteratura è una cosa, il cinema un’altra.

      Veniamo al film. Sicuramente da notare i paesaggi tipicamente burtoniani, i suoi colori, la fantasia nel ricreare i famosi personaggi di Alice. Però, però… non il vero Tim Burton, questo. Ho visto praticamente tutti i suoi film e in genere sono accomunati da un elemento importantissimo, direi fondamentale: i suoi protagonisti sono degli emarginati, vuoi per il loro aspetto, vuoi per il loro modo di pensare e interagire con il mondo che li circonda (penso a Big Fish, per esempio). In questo caso Alice è diversa dagli altri, non si può negare, ma non ha una personalità tale da rimanerti impressa. Quando torni a casa tendi a ricordare maggiormente il Cappallaio, lo Stregatto, la Regina Rossa (La Regina Bianca mi è parsa una completa idiota), non Alice.

      Il suo è un personaggio che non mi ha convinto per un motivo ben preciso: nel mondo reale, di ritorno dal Sottomondo, decide di prendere in mano la sua vita e opta per una scelta piuttosto radicale. Ma nel Paese delle meraviglie cosa succede? Succede che non ha libertà di scelta, succede che non può decidere della sua vita perché la fine del regno dispotico della Regina Rossa (una donna dalla testa deforme che desidera sotanto essere amata e accettata per quello che è) dipende dall’avverarsi della profezia in cui è coinvolta. La Regina Bianca afferma che la scelta è sua; nessuno può obbligarla a combattere contro il Ciciarampa, se lei non vuole. Eppure, se non combatte sarà la fine di tutti i sogni di libertà. Gli abitanti del Sottomondo credono in lei e quindi non può deluderli.

      Qui non ci vedo alcuna libertà di scelta. E’ tutto già deciso da quando Alice ha fatto il suo ingresso nel Paese delle meraviglie a 7 anni.

      E con questo mi dà la possibilità di passare al secondo punto: la conclusione. Una conclusione in perfetto stile burtoniano sarebbe stata, ad esempio, lasciare che Alice restarre nel Sottomondo, libera, senza pensieri, senza problemi. E invece io ho visto una conclusione troppo “politically correct”. Della serie, hai fatto quello che dovevi fare, adesso torna nel mondo reale e sii responsabile. Ora sai chi sei. fatti strada nel mondo. Sì, tutto giusto, per carità… ma c’è poco di fiabesco qui, Tim Burton non mi può concludere un film in questo modo, lui che è il maestro della fiaba gotica, lui che dona la libertà ai suoi personaggi.

      C’è un ultimo aspetto su cui ho avuto da ridire e questa volta non ho potuto fare a meno di pensare ai libri.

      Perché cavolo si sono sentiti in dovere di spiegare la pazzia degli abitanti di questo folle mondo? Perché? Questo è il coredi tutta l’opera di Carroll, la mancanza di scopo, di morale. I suoi personaggi sono pazzi senza motivo, perché è così e basta (anche se poi dalle note si scoprono alcuni fattori interessanti). Masolino D’Amico ha dato la definizione più bella in assoluto di quest’opera: “il libro più anarchico nella storia della letteratura inglese”. Alice è il primo libro per bambini che non insegna nulla, se non a prendersi gioco delle istituzioni.

      Ecco, io credo che nel rifacimento di Tim Burton sia andato perduto il cuore stesso del libro, il motivo per cui io ho sempre amato, amo e continuerò ad amare Alice nel paese delle meraviglie e Alice attraverso lo specchio.

      • D’accordissimo. Bella analisi, dovresti ampliarla e trasformarla in post vero e proprio!

        Se posso aggiungere la mia impressione, tutta questa storia profezia (che mi ricordava in modo inquietante Narnia )proprio non la capisco. Mi sembra del tutto contraria allo spirito anarchico e surreale dell’originale.
        Ci sono talmente tanti elementi di surrealtà in Alice che, con l’aiuto della tecnologia, si poteva sfornare un vero capolavoro psichedelico, una festa per occhi e cervello, e invece… Delusione. Immagino che persino Tim Burton sia rimasto schiacciato dai compromessi per un film che si sapeva avrebbe incassato, e che quindi bisognava infarcire di rassicuranti banalità.

        Ho trovato estremamente forzato, poi, il cappello e la coda, femminismo pop da due soldi, peraltro fuori contesto.

        Ci restano sempre quegli impareggiabili libri che, per fortuna, nessuno potrà storpiare… Anzi, chissà che tu non riesca un giorno a fornire la traduzione definitiva in italiano?

  3. ilpaesedellemeravigliedialice ha detto:

    Ciao Giuseppe,
    scusa il ritardo con cui ti rispondo ma, tra una cosa e l’altra, si finisce sempre per lasciarsi dietro qualcosa.

    Il tuo commento su Alice lo condivido, come puoi immaginare, al 100%. Un’opera così anarchica e visionaria avrebbe potuto rivelarsi qualcosa di veramente spettacolare ma, tant’è, il mercato la fa da padrone e anche il mitico Tim Burton, così come ha dovuto fare il grande Terry Gilliam, ha dovuto cedere ai compromessi.

    Come dici tu, per fortuna rimangono i libri, che ognuno è libero di intrerpretare come vuole. 🙂

    Il tuo augurio finale è la cosa più bella che mi potessero dire… nel frattempo, incrocio le dita!

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