L’implacabile Al e la pigra Ice

Da L’Unità – Edizione Nazionale – 30/04/2010

“Caro Presidente della Repubblica sono una cittadina di questo paese, mi chiamo Igiaba Scego, classe ‘74 e volevo informarla che mi sto arrendendo. Tempo fa Lei ha rincuorato i precari, i disoccupati, i ricercatori senza affiliazione a non gettare la spugna. Ci ha detto «Coraggio non vi arrendete. Non uscite dall’Italia». Ci ha rivolto parole dolci e sincere. Purtroppo Signor Presidente io mi sto arrendendo. E vorrei tanto avere quel coraggio che ho sentito nelle sue parole. Ma questi sono giorni molto difficili. Temo di non essere la sola a sentirsi così. Faccio parte, e non è una vuota statistica, di una generazione a cui sono state tarpate le ali. Sono una precaria della cultura. Sto diventando una precaria della vita. Sono settimane che penso a lei. Mi sono detta «Il nostro Presidente deve sapere». Mi sono chiesta per settimane come ci si deve effettivamente rivolgere al Presidente della nostra Repubblica. Alla fine ho optato per un Caro Presidente perché la parola caro è una parola legata all’intimità della sua figura che ci è padre (e sempre amico), ma anche all’intimità della disperazione quieta che le sto per illustrare. Io sono figlia di somali nata a Roma. Sono cittadina italiana. La Somalia il paese dei miei genitori, della mia altra lingua madre, della mia pelle, delle mie tradizioni più intime si è liquefatto. La Somalia come stato non esiste più dal 1991. La guerra ci sta portando all’apocalisse, alla fine di ogni sogno. Ma ecco la perdita della Somalia mi ha fatto capire quanto invece è importante per me fare qualcosa, anche piccola, per salvare l’Italia e i sogni della mia generazione. Ho due paesi. Uno l’ho (momentaneamente spero) perso, l’altro non lo voglio perdere. Ma come fare Signor Presidente? Come fare a non arrendersi quanto tutto sembra remarci contro? Io non voglio partire, non voglio fare il cervello in fuga. Non voglio scrivere l’ennesima lettera ad un giornale della persona che non ce la fa più e chiude baracca e burattini per tentar la sorte all’estero. Non voglio rinunciare al sogno di poter fare qualcosa in uno dei due paesi che sento veramente mio. Ma questo precariato, questa incertezza costante, mi stanno uccidendo… letteralmente. Ho un curriculum d’eccellenza, ma non serve. Sto cominciando ad avere problemi di salute per le troppe preoccupazioni. Tempo fa un amico di famiglia mi ha chiesto: «Ma tu, per lo stato italiano, cosa sei?». E poi: «Che lavoro fai?». Ho cercato di cavarmela con la solita parola: «Precaria». Ma lui ha chiesto «dettagli». Ho blaterato alcune cose. «Ho finito un dottorato di ricerca. Sono una scrittrice, una giornalista, una ricercatrice senza affiliazione. Sono letta. Collaboro con alcune riviste e alcuni giornali. Faccio mediazione culturale nelle scuole. Ho tenuto lezioni anche in un carcere minorile». Insomma, mi sono messa a fare una lista: «Lo sai che anche all’estero fanno tesi su di me?» ho detto. Ho cominciato a descrivere il mio personale arcipelago di lavori. La via crucis dell’essere precario. Nella speranza che l’amico rimanesse impressionato e la smettesse con le sue domande moleste che, a ogni sospiro, rischiavano di far crollare il castello di carta che m’ero costruita, ho aggiunto che sono laureata, ho fatto un corso di specializzazione, un master universitario, uno stage alla Radio vaticana, due programmi per radio Tre, e che vanto una collaborazione attiva con i giovani studenti del centro sociale Esc. E non mi sono fermata lì. «Ho lavorato in teatro. Scritto saggi. Ho tradotto opere dallo spagnolo». E visto che intendeva aprire di nuovo la bocca, ho continuato: «Conosco il lavoro duro, proletario, perché ho fatto la barista, ho venduto scarpe dietro una bancarella, ho venduto dischi, fatto la hostess nei convegni, l’animatrice con gruppi di bambini». Insomma ho parlato tanto. Mi si è seccata la gola. L’amico di famiglia aveva una domanda di riserva. Quella che temevo più di tutte: «Ma ci vivi con tutta ‘sta roba?». Potevo forse mentirgli? Gli ho risposto: «No, non ci vivo. Devo fare miracoli ogni mese. Vorrei un figlio un giorno, ma non ho idea di cosa gli darò da mangiare. Ora poi la mia situazione s’è fatta più drammatica: c’è la crisi e il poco lavoro». Signor Presidente ho un cervello e delle competenze, ma mi riterrò fortunata, se trovo un call center per sfamarmi nei prossimi mesi. Perché, in questo paese, a una come me offrono solo stage non retribuiti. Non importa se si è preparati. Non importa se si hanno esperienza e cervello. Amo profondamente l’Italia. Ultimamente, però, è cresciuta in me una rassegnazione ai limiti della depressione più cupa. Intorno a me la gente parte. la voglia di migrare tra chi ha 30 anni cresce. L’Italia è tornata ad essere di nuovo il paese degli emigranti. L’ultima dei miei amici ad aver fatto la sua valigia di cartone è Gordana Gaetaniello. Ora sta in India. Nel suo futuro c’è l’Australia. Gordana è l’ennesimo cervello in fuga. Io l’Italia me la porto dovunque nel cuore. Sembra romantico detta così. Ma di fatto è quello che sento. Mi scorre nelle vene. Come la Somalia del resto. Il Bel Paese non sta bene caro Presidente. È un malato grave, ma come dico sempre agli amici non è terminale. Possiamo riprenderci e avere un’altra chance. Io vedo un paese pieno di potenzialità. Gente capace, tante idee, voglia di fare. Però vedo anche il muro che hanno messo su diciamo i poteri forti (non è colpa solo della politica). Le faccio un esempio. L’università. Io ho un dottorato di ricerca e conosco tante persone piene di idee. Il sistema Italia non permette loro di fare ricerca. Molti dei miei amici hanno scelto la strada dell’emigrazione, altri hanno abbandonato il sogno e ora fanno i commessi, i camerieri o perdono il loro talento in un call center. L’Italia ha pagato per formare quelle persone e arrivati al momento della raccolta disperde questo patrimonio immenso. L’università è come un rampollo scapestrato di una ricca famiglia. Il rampollo ha tanti soldi, ma non sa spenderli bene, butta via tutto e rimane in mutande. L’università italiana è un po’ così. Il sistema è bloccato e ci sono pochi fondi. Servirebbe una riforma seria. Servirebbe aprire una questione morale autentica. Mettersi in gioco. Prendersi le proprie responsabilità. Sarebbe bello cominciare ad interrogarci su tante cose. Con onestà, trasparenza, fermezza. Io credo che il cambiamento potrà avvenire in Italia solo se si farà piazza pulita di tutti i comportamenti ambigui. Il mio più grande sogno è poter un giorno insegnare ai giovani studi postcoloniali e migrazioni. Non voglio andare via Signor Presidente. In un momento storico così delicato, dove l’Italia è cambiata, dove c’è una società multiculturale reale, un mutamento antropologico, sento che potrei fare da ponte. Spiegare quello che sta succedendo. Non voglio andare via Signor Presidente. Mi aiuti a restare. Ci aiuti a restare”.

È inevitabile.

Davanti a una lettera così, non posso fare altro che uscire dal mondo che mi sono costruita cercando di non pensare al futuro e guardarmi. E giudicarmi. E i miei giudizi mi faranno male. So essere molto dura con me stessa. Non me ne lascio passare una.

L’implacabile Al ha il dovere morale di combattere e sconfiggere la pigra Ice,ricordandole che non può continuare così. La pigra Ice, davanti a questa lettera, pensa “che mi sta dicendo di nuovo questa qui?” L’implacabile Al  ribatte, “no, questa volta non vincerai tu, Ice. Dobbiamo parlare, urlare, denunciare, resistere, combattere”.

E allora vai, implacabile, oggi è la tua giornata. Goditi la tua vittoria momentanea e di’ quello che devi dire.

(D’ora in avanti, tutto quello che leggerete, sarà opera sua. Non vi lamentate. Io vi ho avvertito).

“Caro Presidente della Repubblica sono una cittadina di questo paese, mi chiamo Igiaba Scego, classe ‘74 e volevo informarla che mi sto arrendendo. Tempo fa Lei ha rincuorato i precari, i disoccupati, i ricercatori senza affiliazione a non gettare la spugna. Ci ha detto «Coraggio non vi arrendete. Non uscite dall’Italia». Ci ha rivolto parole dolci e sincere. Purtroppo Signor Presidente io mi sto arrendendo. E vorrei tanto avere quel coraggio che ho sentito nelle sue parole. Ma questi sono giorni molto difficili. Temo di non essere la sola a sentirsi così. Faccio parte, e non è una vuota statistica, di una generazione a cui sono state tarpate le ali. Sono una precaria della cultura. Sto diventando una precaria della vita. Sono settimane che penso a lei. Mi sono detta «Il nostro Presidente deve sapere». Mi sono chiesta per settimane come ci si deve effettivamente rivolgere al Presidente della nostra Repubblica. Alla fine ho optato per un Caro Presidente perché la parola caro è una parola legata all’intimità della sua figura che ci è padre (e sempre amico), ma anche all’intimità della disperazione quieta che le sto per illustrare”.

Ahimé, anche io sono una cittadina di questa nazione ma non mi riconosco in essa. In questi ultimi giorni ho pensato perfino di rinunciare a qualsiasi cittadinanza perché non sento di appartenere ad alcun luogo su questa terra. Non mi rivolgerò al presidente della repubblica (il minuscolo è voluto), a un burattino nelle mani del potere esecutivo. Non so esattamente a chi ho intenzione di rivolgermi. Forse soltanto a me stessa. Ed è già tanto se deciderò di ascoltarmi.

“Io sono figlia di somali nata a Roma. Sono cittadina italiana. La Somalia il paese dei miei genitori, della mia altra lingua madre, della mia pelle, delle mie tradizioni più intime si è liquefatto. La Somalia come stato non esiste più dal 1991. La guerra ci sta portando all’apocalisse, alla fine di ogni sogno. Ma ecco la perdita della Somalia mi ha fatto capire quanto invece è importante per me fare qualcosa, anche piccola, per salvare l’Italia e i sogni della mia generazione. Ho due paesi. Uno l’ho (momentaneamente spero) perso, l’altro non lo voglio perdere. Ma come fare Signor Presidente? Come fare a non arrendersi quanto tutto sembra remarci contro? Io non voglio partire, non voglio fare il cervello in fuga. Non voglio scrivere l’ennesima lettera ad un giornale della persona che non ce la fa più e chiude baracca e burattini per tentar la sorte all’estero. Non voglio rinunciare al sogno di poter fare qualcosa in uno dei due paesi che sento veramente mio. Ma questo precariato, questa incertezza costante, mi stanno uccidendo… letteralmente”.

Io sono italiana figlia di italiani ma non ho un paese che sento mio. Io me ne voglio andare da qui.

Perché?

A dicembre farò 30 anni e, si sa, quando si arriva alle cifre tonde viene naturale fare un bilancio della propria vita. Io mi guardo fino a oggi, mi vedo attraversare il tempo… e cosa vedo? Vedo una persona che, fin qui, non ha realizzato nulla tranne, forse, regalare un po’ d’amore alle persone che le stanno più vicino. Di più non riesco a vedere. Anzi, sì. Vedo una donna (oddio, io mi sento una ragazzina più che una donna) con un corpo che odia, vedo una donna prigioniera della sua mente, del luogo in cui vive. Vedo una donna che vorrebbe andare avanti come un toro e prendere a cornate tutti gli ostacoli ma che invece va avanti come una pecora perennemente belante. Vedo una donna con un sogno che qui non potrà mai realizzare; vedo una donna che si logora e inaridisce, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno.

Vedo una donna che odia, odia, odia.

E questo non è sano, non è stimolante. Non può essere uno stimolo ad andare avanti. Io vedo una donna che non vive: sopravvive. Sopravvive d’odio. D’odio e rabbia.

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8 risposte a L’implacabile Al e la pigra Ice

  1. Alice ha detto:

    Il post è volutamente incompiuto…

  2. Federica ha detto:

    Cara Alice, compagna di gioie e sventure da qualche annetto ormai, mi spiace esordire sul tuo blog – che mi sono finalmente letta tutto – in una giornata come questa. Ormai mi sono resa conto che, quando penso a ciò che sta vivendo la nostra generazione, l’aggettivo che mi esce più spesso dalla bocca e dalla tastiera è “desolante”. Non riesco a partorire niente di diverso… il colmo per una persona che in teoria con le parole vorrebbe lavorarci.

  3. ilpaesedellemeravigliedialice ha detto:

    Be’ almeno, tra una desolazione e l’altra, trovo il tuo commento… e la cosa non può che riempirmi di gioia! 🙂

  4. Federica ha detto:

    Grazie carissima 😛

  5. Non sai quanto ti capisco e quanto mi senta fortunato ad aver trovato una via d’uscita, quasi senza cercarla. Anche se non conosco la tua situazione, se dovesse capitarti anche solo una mezza opportunità, provaci. Alla fine andarsene, cambiare pelle e abitudini, parlare un’altra lingua, ritrovarsi a pensare diversamente, è tutto molto più semplice di quanto non sembri… Possibili destinazioni? 🙂

    Spero che l’umore sia migliorato, in questi giorni! 🙂

  6. Alice ha detto:

    Ah, be’, io sono davvero un tipo umorale. Un giorno mi sento uno straccio, il giorno dopo penso che c’è speranza 🙂

    La destinazione c’è. forse è un po’ scontata ma si tratta di Londra anche perché ho un progetto a cui tengo molto e che credo di poter realizzare lì e non qui. Te ne parlerò in privato, però. Tu hai in contatto su FB, vero? 🙂

  7. Londra, eh? Brava, brava.

    Su Facebook ci sono. Ho trovato una sola persona col tuo nome, quindi credo di averti appena inviato una richiesta. A presto!

  8. Carlos ha detto:

    Non sai quanto ti capisco e quanto mi senta fortunato ad aver trovato una via d’uscita, quasi senza cercarla. Anche se non conosco la tua situazione, se dovesse capitarti anche solo una mezza opportunità, provaci. Alla fine andarsene, cambiare pelle e abitudini, parlare un’altra lingua, ritrovarsi a pensare diversamente, è tutto molto più semplice di quanto non sembri… Possibili destinazioni?
    +1

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