Translation and I. Between us: crisis.

C’è grossa crisi, yes, c’è proprio grossa crisi. E non è quella di queliana memoria, né, tantomento, quella mondiale, in cui siamo rimasti invischiati più o meno tutti (tranne quel famoso 1%). No, parlo di una crisi personale, che non è la crisi del settimo anno, ché io e la traduzione ci frequentiamo solo da cinque; e abbiamo ufficializzato da appena uno.

Che cos’è? Cos’è questa crisi? Caos, consapevolezza, poi di nuovo caos e ancora consapevolezza. È caos quando traduci per tante teste diverse, e ogni testa, giustamente, corregge a suo gusto e per uniformare. E, aggiungiamoci, anche per correggere le (mie) castronerie. Siccome a ogni causa segue un effetto, a quel punto, non contenta del caos, divento consapevole.

Per quanti libri di traduzione si possano leggere, per quanti corsi si possano seguire, la verità è che, tolti alcuni punti saldi, libro che vai, approccio traduttivo che trovi. E da qui un’altra considerazione che da un po’ mi frulla in testa: nella maggior parte dei libri di teoria della traduzione, che esempi trovi? Presto detto: esempi di autori autorevoli (voluto!) che ti fanno sentire in colpa anche se cambi una virgola (Susanna Basso docet), scrittori importanti, scrittori che raccontano una storia non come se le parole e la costruzione delle frasi fossero state pescate dal sacchetto della tombola, ma come se davanti avessero tutte le letterine dello Scarabeo, da sistemare in modo tale da ottenere il punteggio più alto possibile. E si parla mai, nei libri di teoria della traduzione, dei romanzi scritti male? E si parla mai, in questi libri, della letteratura di genere? E no, la letteratura di genere non implica necessariamente che la scrittura debba essere sciatta. Esiste la buona letteratura di genere così come i brutti autori autorevoli. Ecco, l’ho detto. E ora biasimatemi pure, I don’t care. Quando un romanzo è scritto male già in partenza, la casa editrice che te lo affida ti dice che lo devi “adattare” in italiano, che lo devi rendere leggibile e scorrevole. E allora giù di pala a eliminare un po’ di inutilità, lima qui, lima là, sposta qua, sposta lì perché si sa, una traduzione funziona quando pare che il libro sia stato scritto in italiano, quando “fila”. E allora poi non criticatemi se, leggendo certe recensioni, scoppio in una fragorosissima risata quando leggo che “l’autrice scrive proprio bene”, “la scrittrice ha uno stile scorrevolissimo” e bla, bla, bla e ancora bla… bleah.
No, cari signori miei, non era la scrittrice o lo scrittore che ha scritto bene, no. È il traduttore che ha saputo svolgere al meglio il suo lavoro. E diciamolo, una volta buona (con grido liberatorio annesso e connesso).

Ed ecco che il caos torna a reclamare il posto d’onore: ma allora, quando traduco, devo prima stabilire (vabbe’, dai, tanto si capisce subito) se lo scrittore si merita lo status di autore autorevole, e quindi sentirmi in colpa per ogni punto o virgola tradito, o lo status di autore biasimevole, e quindi cominciare a spalare, limare e spostare? E le vie di mezzo ci sono? Ci sono tutte le gradazioni di colore, tra il bianco splendente dell’autore autorevole e il nero cenere di camino dello scrittore biasimevole?

(A questo punto, proprio in questo paragrafo, dovrebbe tornare la consapevolezza che, in the meantime, se n’era andata allegramente in vacanza lasciandomi in balia del caos; ma invece no! La signora ha deciso di restarsene ancora in panciolle a visitare musei, negozi cool e tutto quello che le gusta más, e io qui che, scegliendo volontariamente il non confronto con me stessa, nuoto nel pantano, cercando di non affondare: per fortuna so nuotare!)

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