A ogni traduttore la sua traduzione

Mio marito afferma che tutte le volte in cui devo affrontare un argomento su cui c’è molto da dire parto dall’alba dei tempi. No, in realtà questa è mia; lui dice che faccio “il giro largo”. Sarà perché sono larga di mio: a ogni modo, è vero. Dunque, anche in questa occasione, vi dovrete sorbire preamboli, premesse e presupposti (Cavoli, tre parole  di seguito che cominciano per “pre”! Zitta tu, che mi fai deconcentrare!).

Il presupposto è semplice: i traduttori leggono. E molto.
Dovrebbe essere un assioma ovvero, come dice il signor Zingarelli, “affermazione che è superfluo dimostrare perché palesemente vera”. In realtà non lo è ma facciamo finta che lo sia.
Se un traduttore è, prima di ogni altra cosa, un lettore forte, vuol dire che avrà degli autori preferiti, dei generi preferiti, delle case editrici preferite. Giusto? Fin qui ci siamo. E se decide di fare il traduttore è anche perché sogna – oddio, che parolona – di tradurre quello che più gli piace. Certo, se con il suo lavoro ci vuole anche campare, è innegabile, dovrà tradurre anche stronzate/cretinate/inutilità (sfornatrice di inutilità: presente! con tutto il rispetto per chi compra le suddette) però resta sempre quel demonietto, in un angolo di cervello, che ti ricorda che, no, tu vuoi tradurre altro.
Alcuni ci riescono: ci sono traduttori che si occupano di fantasy e fantascienza perché loro per primi apprezzano questi generi; ci sono traduttori che affrontano scrittori contemporanei di un certo livello perché leggono quegli stessi autori in lingua originale o perché ne amano lo stile e il contenuto; ci sono quelli che amano la letteratura per ragazzi e la traducono; e la lista potrebbero continuare all’infinito. Insomma, in questo caso parlo della fortuna di fare qualcosa che ti è congeniale, qualcosa che può rivelarsi difficile, spinoso, faticoso, ma che alla fine ti darà comunque delle soddisfazioni (non in termini di fama, sia chiaro).
Ma spesso avviene qualcos’altro, soprattutto se traduci dalle lingue più diffuse, l’inglese prima di tutto: come dice una donna saggia che definirei assolutamente magnifica, “se non ti specializzi tu, è il mercato a farlo”. E così ti ritrovi esperto di animali senza averne mai avuto uno, di economia senza che te ne freghi nulla, di cucina senza saper cucinare, di neomamme senza avere figli, di giardini senza capirne nulla di alberi e fiori.

Perché tutta questa manfrina? (Sì, lo so, sono la regina delle manfrine) Perché in questo mese appena concluso, oltre a tradurre un buon numero di cartelle per una collega in difficoltà e una cosetta non troppo impegnativa, ho seguito il laboratorio d’inglese organizzato dagli amici di EST e tenuto dall’eccezionale Anna Mioni (se volete sapere perché l’ho definità così, date un’occhiata qui). Nel corso di queste lezioni io e altre sei colleghe ci siamo confrontate con dialoghi, descrizioni, incipit di romanzi, scritture sperimentali, il tutto tratto da romanzi contemporanei di un certo spessore. A parte scoprire molti aspetti interessanti, il che succede sempre quando ascolti persone estremamente preparate in quello che fanno, ho capito che ci sono certi libri che non fanno per me.
E il motivo è questo: pur con tutta la presenza di una voce, di uno stile (da cui ne conseguono la difficoltà della traduzione, il gioco di equilibri tra ciò che si perde e ciò che si restituisce, l’attenzione per il ritmo e il tipo di parole e quindi, per il traduttore, masochista per antonomasia, una gran bella sfida), alcuni libri, alcune storie, alcune voci, non mi attirano, non c’è niente da fare. Magari li leggo per curiosità, per “saperne parlare”, come dice mio cognato, ma so già che non mi lasceranno nulla dentro.
Ovviamente questa riflessione ne ha portate molte altre con sé.
E allora mi sono chiesta: visto che ho dei gusti precisi, non sarà forse il caso di restringere il campo? Non sarà forse il caso di evitare qualsiasi tipo di approccio a case editrici (vabbe’, tanto nella maggior parte dei casi sono più o meno impossibili per me che conto quanto un due di coppe quando non è briscola quindi che me lo pongo a fare il problema?) che pubblicano un certo tipo di narrativa per cui io, obiettivamente, non sono adatta? Non sarà forse il caso di concentrarmi, parallelamente a quello che riesco ad arraffare (tanto di questo si tratta), su quello a cui tengo di più e fare la posta a chi pubblica libri a me più congeniali? Sì, forse sarà il caso.
Senza dimenticare un dettaglio infinitesimale: convincere chi di dovere che sono perfettamente in grado di tradurre determinate cose perché mi piacciono, perché le leggo, perché le amo.
Prima o poi…

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2 risposte a A ogni traduttore la sua traduzione

  1. Federica ha detto:

    Be’, io sono la prova vivente che ci si può riuscire… nel mio caso ci è voluto solo un certo sprezzo del ridicolo. Certo è che, quando ne hai convinto uno, non è mica finita lì…
    Forza!

  2. Dreaming Alice ha detto:

    Ci si può riuscire quando hai davanti persone con una certa lungimiranza, che capiscono quando una cosa ti sta veramente a cuore 🙂

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