Humpty Dumpty is here

 In questo periodo di non lavoro eppure di risveglio intellettivo (sì, io mi sveglio in autunno e in inverno; in primavera e in estate vado in letargo), ancora una volta sento il bisogno di rifugiarmi in ciò che mi appassiona. Inevitabilmente, dunque, sono tornata nel paese delle meraviglie (in realtà nel mondo dall’altra parte dello specchio, luogo ancor più denso di sfide, rispetto al fratello maggiore). Questa volta ne ho accettata una non troppo complicata di nome Humpty Dumpty, celeberrimo personaggio delle filastrocche inglesi (che Jasper Fforde, un altro dei miei scrittori preferiti, decide di far morire in The Big Over Easy).
La versione originale, almeno quella che si trova in The Oxford Nursery Rhyme Book di Iona e Peter Opie, è questa:

Humpty Dumpty sat on a wall,
Humpty Dumpty had a great fall;
All the king’s horses and all the King’s men
Couldn’t put Humpty together again.

Ed ecco qui la versione di Lewis Carroll, in cui l’ultimo verso è più lungo. Questo perché la mia omonima ha sempre qualche problema a ricordare poesie e filastrocche quando si trova dall’altra parte, tant’è che lei stessa si rende conto che qualcosa non torna:

Humpty Dumpty sat on a wall,
Humpty Dumpty had a great fall;
All the king’s horses and all the King’s men
Couldn’t put Humpty Dumpty in his place again.

Prima di analizzarne cinque versioni italiane, vorrei concentrarmi sul ritmo dellaversione orginale (i diversi colori, da qui in avanti, servono solo a mettere in evidenza gli elementi che ho giudicato fondamentali). Rileggiamola:

Humpty Dumpty sat on a wall,
Humpty Dumpty had a great fall.
All the king’s horses and all the king’s men
Couldn’t put Humpty Dumpty in his place again.

Trattandosi di una filastrocca la rima è fondamentale e lo schema AABB permette ai bambini di ricordarla con facilità. Ma il ritmo è dato inoltre dalla ripetizione del nome (in questa versione viene ripetuto per tre volte, nella versione originale due volte e mezzo), che a me dà l’idea di una palla che rimbalza (anche se poi in realtà il poveraccio si rompe), dai quattro all (wall, fall, all, all), da all the king’s ripetuto due volte in uno stesso verso, e dal suono sordo della t presente in tre versi su quattro (le t di the sono sonore). Da un lato, quindi, la liquidità e la sonorità di wall, all, all the king’s, place, again; dall’altro la durezza di Humpty Dumpty, sat, great, couldn’t, put. Curioso: pare quasi il contrasto tra la durezza del muro e del pavimento e la liquidità dell’uovo che cadendo si rompe.

Adesso vediamo in che modo la filastrocca è stata resa in italiano da cinque traduttori nel corso del tempo. Tra parentesi le date di pubblicazione, utili per capire chi è stato il modello di chi (è inevitabile che succeda).

Masolino D’Amico (Mondadori, 1978):

Humpty Dumpty sedeva sul muro;
Humpty Dumpty cadette sul duro.
i cavalli tutte le guardie del Re
Riuscirono a rimettere Humpty Dumpty sui pie’.

Paola Faini (Newton Compton, 2006):

Humpty Dumpty su un muro è seduto,
Humpty Dumpty da un muro è caduto.
Con tutti i suoi cavalli e fanti il Re
Proprio non riesce a rimetter Humpty Dumpty in pie’.

Milli Graffi (Garzanti, 1989):

Humpty Dumpty sul muro era seduto,
Humpty Dumpty dal muro era caduto.
Con tutti tutti i suoi cavalli
E con tutti tutti i suoi fanti
Nemmeno il Re poté
Rimettere Humpty Dumpty su quel muro ove era seduto.

Alessandro Ceni (Einaudi, 2003):

Tappo Tombo sedeva sul muro,
Tappo Tombo cadde giù duro.
Del Re tutti i cavalli e i cavalier vennero tosto
Ma non riuscirono più a rimetter Tappo Tombo al suo posto.

Tommaso Giglio (BUR, 1952):

Tombolo Dondolo dondolava,
Tombolo Dondolo tombolava.
Mentre si dondola sul muraglione
Tombolo Dondolo fa un ruzzolone.
E a sollevarlo non bastano ahimè
Tutti i cavalli e tutti gli uomini del Re.

La rima, sacrificabile a volte nel passaggio in italiano (perché spesso noi ne facciamo a meno), in questo caso non può mancare, visto che serve a memorizzare la filastrocca. E in effetti tutti i traduttori la mantengono e in due casi la modificano: Giglio aggiunge due versi e ottiene uno schema AABBCC; Graffi, a suo agio con la versificazione perché poetessa, opta per uno schema AABCDA . Ma veniamo al resto, cercando di capire cosa, in italiano, sia stato salvato e cosa sacrificato nel gioco di equilibrismo traduttorio. Quanto alla ripetizione del nome, si può notare che tutti e cinque i traduttori hanno rispettato questa caratteristica (sul nome ci ritorno anche nel contenuto). Il secondo elemento, i quattro all — wall, fall, e la ripetizione dell’aggettivo all — oltre a essere presente nella rima lega la prima parte della filastrocca alla seconda. Nel passaggio tra le due lingue non è possibile mantenere le stesse posizioni, è chiaro, ma credo che questi suoni liquidi, queste doppie l non dovrebbero mancare. Eppure sono quasi assenti nelle versioni di D’Amico, Faini, Graffi e Ceni. In Giglio, che si allontana più di tutti dall’originale (e forse non è un caso, visto che la traduzione è del ’52, periodo in cui si tendeva ad avvicinare il testo ai lettori più che il contrario, come accade oggi in era internet), i suoni liquidi sono sicuramente più presenti (Tombolo, Dondolo, tombolava, dondolava, muraglione, ruzzolone, sollevarlo, cavalli). I suoni sordi, al contrario, vengono mantenuti in tutte le versioni. Da notare, come elemento di curiosità, che un suono molto presente nelle versioni italiane e poco in quella inglese è la vibrazione della r (forse perché in italiano, in generale, ricorre più spesso all’interno delle singole parole? Da chiedere a un linguista!). Se prendiamo osserviamo, infine, l’ultima ripetizione che ho preso in esame (All the king’s) notiamo che ne hanno tenuto conto in quattro (D’amico con il suo né… né…, Graffi con i quattro tutti, ripetizione tipica della letteratura dedicata ai più piccoli, Giglio con i due tutti nell’ultimo verso e Ceni con quella bella assonanza cavalli/cavalier — anche Ceni, come Graffi, è poeta). Purtroppo, però, in tutte le versioni si perde il legame — non importa quale esso sia in italiano, non deve essere necessariamente uguale allinglese —  tra la prima parte della filastrocca e la seconda.

Passando velocemente al contenuto, un primo elemento che salta agli occhi è la traduzione o meno del nome. I primi tre traduttori, D’Amico, Faini e Graffi, hanno mantenuto quello originale; Ceni e Giglio lo traducono rispettivamente con Tappo Tombo e Tombolo Dondolo perché dump significa tozzo e hump significa gobba (più che gobbo, Humpty è proprio rotondo, essendo un uovo). Detto in termini da studioso di teoria della traduzione, i primi tre optano per l’estraniamento, gli altri due per l’addomesticamento, o anche: i primi tre avvicinano il lettore al testo, insegnandogli, perché no, qualcosa di nuovo, mentre gli altri due avvicinano il testo al lettore italianizzando il personaggio (in questo modo, inoltre, il lettore scopre che il nome ne rivela le caratteristiche principali).
D’amico e Faini hanno alterato il testo di pochissimo: il primo, rispetto all’originale, spiega che Humpty cade sul duro e che nessuno riesce a rimetterlo in piedi, mentre Faini decide di farlo sedere e cadere dal muro, senza alcun riferimento al pavimento. Anche in Graffi Humpty siede a cade dal muro ma a differenza degli altri, e per restare fedele alla lunghezza dell’ultimo verso, alla fine ripete il concetto. Ceni e Giglio, come dicevamo, traducono il nome di Humpty Dumpty, probabilmente per i motivi di cui sopra. Interessanti queste due versioni: quella di Ceni ambientata in un contesto medievaleggiante, in cui l’inserimento dell’avverbio tosto (che, secondo lo Zingarelli, risale al 1250) permette di tradurre alla lettera to put in his place again (Ma non riuscirono più a rimetter Tappo Tombo al suo posto). Quella di Giglio, la più lunga delle cinque che ho preso in esame, è forse la più lontana dall’originale, con quel suo specificare che Humpty dondola. Eppure rispetta l’originale. All’università non ho studiato traduzione, ho letto qualche cosa dopo, ma uno dei concetti che ho sempre apprezzato è quello di funzione degli elementi in un testo, o di scopo del testo. Quando si traduce una filastrocca penso che i suoni, il ritmo, la rima, la forma insomma, debba avere la precedenza sul contenuto perché lo scopo del testo è quello di farsi ricordare, e più dei versi sono musicali più te li ricordi. Dunque, seppur lontana dall’originale, la versione di Giglio, come le altre del resto, ne rispetta lo scopo.

Se siete curiosi di sapere come ho tradotto la filastrocca leggete il seguito 😉

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