Traduttrice outsider

Outsider secondo lo Zingarelli:
1 In una competizione sportiva, concorrente che non risulta tra i favoriti | (est.) In campo politico, professionale e sim., chi ha una posizione marginale.
2 Chi, pur non essendo tra i favoriti o pur avendo una posizione marginale, riesce a ben figurare o a imporsi in una competizione o a emergere in un’attività.

Ecco, direi che da qualche mese a questa parte è un sostantivo che mi calza a pennello. Aggiungerei che per ora la scarpa outsider mi calza molto meglio della scarpa traduttrice.

Alt, riflessioni a voce alta (facciamo finta che stia parlando e non scrivendo) che mi servono per fare ordine nei miei pensieri ingarbugliati. Ecco, ora potete continuare (ma anche no, se non vi interessa).

Perché mi sento una scarpa outsider (sostantivo usato rigorosamente con il significato numero uno) invece di una scarpa traduttrice? Perché per ora non mi sento parte di un gruppo o, meglio, ci sto ai margini. Perché per ora (o sempre?) ogni volta che mi occupo di traduzione, sia che si tratti di un post qui sul blog, di un intervento su una lista di traduttori, di condividere da qualche parte tutto ciò che ha a che fare con questo mestiere, mi chiedo con che diritto mi posso definire traduttrice. Me lo chiedo soprattutto in questi giorni post-giornate della traduzione letteraria a Urbino, giorni in cui avrei voluto essere lì pur sapendo che mi sarei chiesta che diamine ci stessi a fare, così come me l’ero chiesto l’anno scorso a Settignano. E me lo chiedo ora, ché il 18 ottobre saranno quattro mesi che non lavoro; e me lo chiedo ora, ché a gennaio pensavo che quest’anno avrei fatto almeno un passetto avanti, e quantitativo e qualitativo, rispetto al 2011, anno andato discretamente bene dal punto di vista lavorativo. E invece ho la sensazione di essere immobile o, peggio, di fare passi indietro. E me lo chiedo ora che dentro il sindacato sono più attiva (che ridere, manco traduci e sei attiva in un sindacato di traduttori che hanno più esperienza di te?); e me lo chiedo ora che ripenso a ciò che ho tradotto sinora, roba inutile e senza valore (solo perché a me non piace, non perché non è letteratura alta), e non un libro che posso consigliare, e non un libro di cui andare fiera. E me lo chiedo ora  mentre guardo quest’immagine che ho trovato su facebook, mentre penso che il successo per me non è sinonimo di ricchezza a palate (oddio, mica ci sputo sul vil denaro) ma semplicemente poter fare quello che sto imparando con gran fatica, magari con qualche soddisfazione, poterlo fare senza troppi buchi fra un lavoro e l’altro, poterlo fare senza dover disturbare i colleghi nella speranza che vogliano, e possano (sì, ci sono quelli che non vogliono, e quelli che non possono), darti un contatto diretto con la tal casa editrice, almeno per farle, sapere, alla CE, che “ehi, sono qui, so fare questo e quello. Sai, per te potrei andare bene. Dammi una possibilità e te lo dimostro”. Vorrei poterlo fare ma per ora sono una scarpa outsider,  una cosa di questo tipo (colore compreso) in mezzo a tutta una serie di scarpe di ogni colore, forma e dimensione, dal quale ognuno scegliera il paio che più preferisce.

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6 risposte a Traduttrice outsider

  1. sabina moscatelli ha detto:

    Forse non dovrei lasciarlo qui, il commento sconclusionato che sto per redigere. Forse dovrei scrivertelo in privato. Se non ti va, cancellalo e non mi offendo, Alice. Mi chiedo, come campi, se non traduci? Il successo non sarà denaro a palate, ma è sicuramente denaro costante e sufficiente per vivere con dignità. Ho smesso di tradurre saggistica perché non avevo più voglia di fare parte della casta degli eletti, dei maudits, che lavorano per la gloria di vedere il proprio nome sul frontespizio. Meglio cinquanta, cento, centotrentasette manuali tecnici, tanto per dire, che quattro mesi a guardare il soffitto tenendo in mano un volume con scritto SM in seconda pagina. O no? Mi sento una professionista a pieno titolo. A maggiore titolo, ti dirò, perché tutti i mesi ho uno stipendio più che degno, perché non devo elemosinare nessun contatto, perché vedo bene la strada che sto percorrendo.

    Magari sbaglio tutto, as usual.

    • Dreaming Alice ha detto:

      No no. Hai fatto bene a scriverlo qui. E qui ti rispondo perché non è motivo di vergogna il come porto avanti la mia vita. Al momento le entrate sono quelle di mio marito, con cui finora ci siamo alternati (per molti mesi abbiamo campato solo con le mie entrate, per ora campiamo con le sue). Non traduco libri per la gloria e per il successo; traduco libri perché è quello che sto imparando a fare con fatica e spendendo soldi. E finora, se penso al punto zero da cui sono partita, sono soddisfatta di quello che ho ottenuto. La strada è difficile, difficilissima, ma non sono il tipo da arrendermi. Anche io mi ritengo una professionista, e tale mi ritengono i miei colleghi, e la strada che sto percorrendo, tutta in salita ovviamente, la vedo bene.

  2. Dreaming Alice ha detto:

    Prego🙂

  3. sabina moscatelli ha detto:

    Che bella, Alice, la tua intervista a proposito della Braddon. Mi sa che vado a leggermela, perché ovviamente non la conoscevo😦

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