Nostalgia di libreria

Prima di tornare a parlare di libri e traduzione – ehm, in effetti in questi ultimi mesi i due argomenti li ho toccati davvero poco, presa com’ero a piangermi addosso – parliamo di librerie. Voi lettori dove fate i vostri acquisti?
Fino a qualche anno fa – diciamo due tre – io compravo soprattutto in libreria. Ah, con quanta nostalgia ricordo i tempi in cui spendevo anche ottanta euro per i libri. Avevo – e ho ancora – le tessere di cinque librerie e riuscivo a usufruire di tutti gli sconti. Compravo libri almeno ogni due settimane, se non meno. Ormai – ahimè – non me lo posso più permettere e dunque compro spesso i libri in versione ebook, che non mi danno la minima soddisfazione ma costano poco, e spesso, pur trovando in libreria i titoli che mi interessano, li compro su Amazon per approfittare degli sconti, seppur piccoli. Ammettiamolo, è una tristezza cosmica. Cosa c’è di più bello che comprarsi quel romanzo ora e subito perché se no poi non lo trovi più e finire per leggerselo dopo anni?
Inoltre andare in libreria ormai mi soddisfa davvero poco. Quando vado in quelle di catena non trovo quasi mai quello che cerco e difficilmente riesco a scartabellare in santa pace, ci sono più gadget che libri e… odio la sistemazione in ordine alfabetico. Sì, mi sta proprio sulle scatole. Ricordo con nostalgia – sì, è già la seconda volta che uso questo sostantivo, la terza se consideriamo anche il titolo del post – una libreria Mondadori vicino casa, in una via centrale della città. Sì, era proprio una Mondadori ma gestita da una cooperativa: dunque in modo diverso da quelle di catena. Era una libreria con pochi fronzoli, pochi gadget – giusto qualche gioco per i più piccoli, cartoline e roba così, nulla di più – e tantissimi libri. Oserei dire che pur essendo più piccola di quella che ne ha preso il posto conteneva molti ma molti più volumi. E questi volumi erano sì sistemati in ordine alfabetico ma erano suddivisi anche per genere e casa editrice, una vera goduria! C’era il ricchissimo e curatissimo reparto bambini/ragazzi, la zona fantasy, la fantascienza, l’informatica, il rosa, il giallo, l’horror, un buon reparto di critica letteraria – in cui trovai alcuni testi critici su Tolkien per la tesi – il reparto classici, e una bella parete con tutte le case editrici più piccole. Mi piaceva andare lì – e per un mese la frequentai ogni giorno come stage finale del master in editoria – perché ogni volta potevo scegliere di guardarmi solo i classici, o solo le piccole case editrici, o solo i libri per ragazzi. In genere trovavo quel che cercavo ma mi piaceva lasciarmi sorprendere da piacevoli scoperte (Una di queste fu Edward Lear, per dire). Poi questa Mondadori chiuse nel 2008 per lasciare spazio a quel mostro di Rinascente che hanno aperto al suo posto, e qualche anno dopo riaprì come Mondadori Multicenter in pieno centro. Ma ormai aveva perso la vecchia magia, lasciandosi fagocitare da pile di libri inutili che oggi occupano tanto spazio prezioso rubato ai libri più belli.  

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Tutte le STRADE portano a…

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… a Roma, dove noi di Strade abbiamo organizzato la nostra assemblea annuale più una giornata di confronto con SLC – con cui abbiamo firmato un protocollo d’intesa a fine dicembre 2012 – su tematiche che ci stanno a cuore come previdenza, assistenza sanitaria e compenso minimo.
Speravo in una maggiore partecipazione perché sia gli argomenti del seminario sia quelli dell’assemblea erano di fondamentale importanza. Ma, ahimè, non eravamo tantissimi. Pazienza, ognuno ha i suoi problemi di organizzazione e non; capisco dunque che non sempre è possibile seguire ciò che si vuole – e pensate se non lo capisco io che sono periferica e squattrinata!
Tra le varie questioni in ballo, di cui non parlerò qui, c’è quella della candidatura alla Segreteria. Molti soci vorrebbero che mi candidassi perché seguo già da vicino le attività sindacali e, a quanto pare, ripongono in me la loro fiducia (oddio, che poi abbiamo fiducia in me non lo so: diciamo che i candidati non sono tanti, ecco, e quindi ci si accontenta di quello che passa il convento, ossia io). Curioso!
Al momento io ripongo scarsissima fiducia nelle mie capacità e ciò mi crea non pochi problemi. Se ne avessi di più e fossi più forte, per esempio, è probabile che accetterei le critiche inutili con più serenità, accogliendole magari con una grassa risata. Ma non ci riesco. Almeno non ancora. Se le cose andassero, almeno cominciassero ad andare, per il verso giusto forse ci riuscirei. Ma da almeno un anno le cose vanno per un verso sbagliato, sbagliatissimo.
E allora che fare? Credo che per colpa di un maledetto e inutile senso del dovere alla fine mi farò avanti.
Ma sarò all’altezza? E riuscirei a sorbirmi quello che già so che mi dovrò sorbire?
Le mie risposte sono no e no.

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Perduta

Avere una corazza è necessario. È necessario per mantenere in salute il corpo e la mente. E quando la corazza non c’è – e più avanti vedremo perché – che succede? Succede che diventi vulnerabile, vulnerabile ai giudizi, alle critiche, alle offese, e ti senti continuamente sotto pressione, continuamente giudicata, continuamente rimproverata. E ti umili anche quando sai di avere ragione, anche quando non hai fatto nulla di male.  E ti senti pesante, pesante nel corpo, pesante nella mente.
Ma come, direte voi, è la corazza che ti appesantisce! No, vi rispondo io, la corazza è pesante solo dall’esterno: quando ce l’hai non la senti più, ti senti leggero e pronto a sfidare il mondo.
E allora perché non ce l’ho la corazza? Che fine ha fatto? L’ho persa, l’ho persa stupidamente, e tutte le mie battaglie per riconquistarla si sono rivelate fallimentari, un buco nell’acqua, nel vino e nella birra. Ho fatto una fatica immane, nel corso di questi anni, per comprarmi quella corazza, pezzo dopo pezzo. E adesso è perduta, perduta come la fiducia che avevo trovato in me, nelle mie capacità, nella mia intelligenza, nella mia forza di volontà.
E quando perdi tutto questo ogni critica fa male, è come un affondo di spada che fa sputare l’anima.
A dire il vero l’anima io l’ho solo vomitata però.

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“Meglio di carta o digitale? Tutti e due!”

Questa volta il titolo del post non è mio ma di Winvaria, software gestionale per librerie e cartolibrerie, di cui si parla qui . Perché l’ho scelto? Perché riassume alla perfezione il mio modo di vedere la questione libri di carta/libri digitali, su cui rifletto ormai da un annetto.
Comincio col dire che il mio lettore ebook, un Sony PRS-T1, l’ho comprato a fine 2011 ma ho cominciato a usarlo con assiduità solo l’anno scorso; nonostante la sua utilità dovevo superare comunque una certa ritrosia. All’inizio lo usavo per scaricare libri gratuiti in inglese, libri fuori diritti, tanto per capirci. A poco a poco ho cominciato ad approfittare delle varie offerte e ormai ci leggo anche libri italiani e inglesi  contemporanei.
Ma veniamo a pro e ai contro di un lettore ebook.
Un lettore, almeno il mio modello, ti permette di segnare quello che più ti interessa, creando quindi un elenco di note legato al libro. In questo modo puoi ritornarci a fine lettura e annotarti da un’altra parte frasi e parole che più ti sono piaciute. Si possono fare ricerche all’interno del testo, comodissimo quando leggi un romanzo ricco di personaggi e non ti ricordi chi è questo tizio che ricompare dopo cento pagine, e quando ti addormenti non rischi di non perdere il segno perché il lettore resta sull’ultima pagina che hai letto. Altro aspetto interessante, soprattutto per la nonfiction, è la possibilità di trovare link cliccabili. I contro: gli ereader non sono il massimo con i PDF. A quanto ho capito quasi tutti i lettori hanno questo problema e anche quando li converti in EPUB non è che si risolva granché. Spesso tutta la formattazione salta e non ci si capisce più nulla dei capoversi. Altro problema, di tipo squisitamente tecnologico, è che il tuo bel lettore può impallarsi quando meno te lo aspetti. A me è capitato qualche volta, per colpa di un PDF – sempre lui ci colpa! – pieno di grafici e immagini, e quando mi succede fanculizzo – passatemi il termine perché è d’uopo – il lettore e passo al cartaceo. Va da sé che in questo caso o cambio libro o, se sto leggendo per lavoro, passo al PC.
I libri di carta non si impallano di certo ma finiscono, almeno i miei, per riempirsi di orecchie che uso per segnalare frasi o parole di mio interesse che in quel momento non mi va di annotarmi; e così, a fine lettura, mi ritrovo a dover rileggere pagine e pagine per andare a ritrovare ciò che volevo segnarmi.
Però non si può certo negare la comodità di comprare un libro con un click e avercelo subito a portata d’occhi anziché dover aspettare l’arrivo del corriere. A questo punto potreste obiettare “ma se non vuoi aspettare vattelo a comprare in libreria”. Se non fosse che cerco libri che in libreria o in biblioteca non trovo quasi mai, soprattutto quelli in lingua originale.
Insomma (ve lo già detto che questa parola mi piace tanto?), io sono assolutamente convinta che la scelta di un mezzo non decreti per forza la morte dell’altro. Credo fermamente che libri di carta e quelli digitali possano convivere in tutta tranquillità, così come convivono in tutta tranquillità radio, TV e Internet. Perché mai dovrei rinunciare a leggere un bel libro di carta? E perché mai dovrei rifiutarmi di leggere un libro digitale?
Viva la carta e viva il digitale!

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Insomma:

ottimo avverbio per esprimere: a) la conclusione di un ragionamento; b) come procede la mia vita in questo ultimo periodo (leggi anche, ultimi mesi, ultimi anni); c) se ci aggiungo un bel punto esclamativo (parsimonia, ci vuole parsimonia con i punti esclamativi – e anche con i puntini di sospensione: tre, sono solo tre non quattro, non cinque, non sei, non sette. Tre.) ecco fare capolino anche una bella espressione di impazienza o irritazione. Ma no, tutto sommato non sono irritata quindi il terzo significato me lo riservo per altre occasioni, ché con questa malura è meglio non buttar via nulla.

Partiamo dalla a), la conclusione di un ragionamento. Quale? Un ragionamento su questo blog. Di cosa parlo in genere qui? Facile, l’ho indicato sulla pagina che ho appena creato su facebook https://www.facebook.com/alicetraduttrice: traduzione, libri, editoria per come li vedo, e li vivo, io. E perché ne parlo? Perché nel mio lentissimo percorso di vita, di formazione – chiamatelo un po’ come vi pare – i libri ci sono da sempre, prima come sfondo poi da protagonisti. La traduzione e l’editoria sono più recenti, risalgono al 2006, e, mannaggia a me, da allora non ho più smesso di interessarmene e occuparmene. E allora – ed ecco la conclusione del ragionamento, l’insomma da cui sono partita – perché ti ho trascurato, caro blog, se gli argomenti con cui ti faccio ingrassare mi stanno a cuore? Anche in questa occasione la risposta è sin troppo facile: non ho avuto voglia di scrivere. Scrivere è faticosissimo: cosa scrivo? Come lo scrivo? E gli argomenti, seppur interessanti, si fermano nella mia testa giusto il tempo di un caffè; poi scappano via perché hanno altro da fare. O forse è solo una scusa, la loro, offesi perché gradirebbero un’attenzione meno superficiale di quella che gli ho riservato negli ultimi tempi. Sì, perché da un po’ sono affetta da superficialite acuta accompagnata da passivismo spinto, e queste due patologie, che si vanno ad aggiungere al blocco del traduttore, mi impediscono di soffermarmi con attenzione su ciò che amo. Leggo passivamente, traduco con disattenzione – e non vi dico i magnifici risultati – rifletto poco, vivo alla giornata, non riesco a programmare nulla. Ed eccovi servito il punto b), che al momento non ho voglia di approfondire oltre.

Insomma!
(degna conclusione sconclusionata di un post altrettanto sconclusionato)

 

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Ogni giorno…

… ti siedi davanti al PC, devi migliorare, ti dici. Esercitati, traduci più che puoi e leggi, leggi e traduci più che puoi, lima e affina, affina e lima. Trova uno stile che ti convinca, uno stile tuo, tutto tuo. Dizionari bilingue, monolingue, sinonimi e contrari, italiano, analogico, collocazioni, tutti lì in fila sulla barra delle applicazioni pronti per la consultazione che non è tutto perché, lo sanno anche le pietre, i dizionari da soli non bastano. Eccoti lì, traduci uno, due, tre, quattro righi. Un paragrafo, due. Mezza pagina. Pensi che sì, oggi è una buona giornata, magari andrai pure come un treno, arriverai al punto stabilito, potrai passare alle successive revisioni e quindi avrai pronto un buon saggio da allegare al curriculum, ché anche questo sanno le pietre, che mandi a fa’ il curriculum da solo, un curriculum da deficienti, tutto fumo e niente arrosto, irrilevante; quantità, che è? qualità, che cosa sei? Ma poi accade qualcosa. Ti blocchi. Ti distrai. Apri facebook, aspetta che leggo questa notizia, commento questa cosa e poi chiudo, sì ma devo controllare la posta, metti che c’è qualcosa di importante. Del lavoro magari. No, impossibile. Per quello non ti scrive nessuno. Per romperti le scatole ti scrivono, ti scrivono eccome, per il resto silenzio assoluto, non un ronzio. Ma no, apri la posta e impari. La conoscenza è potere, il potere è consapevolezza, la consapevolezza è dolore, la conoscenza è dolore. Più sai, peggio è. Più sai e più ti chiedi se per te c’è posto, più sai e più ti chiedi come andare avanti. Più sai e più vorresti non sapere. È l’illusione che ti fa andare avanti, non la conoscenza, un male necessario che finisce per bloccarti. Inevitabilmente. Ma tu, no, non lasciarti bloccare: scala quel cazzo di Everest, voglio proprio vedere se riesci ad arrivare in cima o se gli ostacoli ti faranno sfracellare al suolo. E se anche ci arrivi, sul cocuzzolo, se anche ci arrivi, che cosa vedrai da lì?

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Decisioni

Mi piacerebbe starmene due tre ore al giorno seduta sul divano a riflettere, a riflettere su dove stiamo andando come essere umani, su dove stiamo andando come civiltà occidentale (ve lo dico io: direttamente nel cesso, di questo passo), su dove stiamo andando come Italia, e via dicendo, fino ad arrivare a dove diamine sto andando io.

A volte mi immergo talmente negli impegni quotidiani, affrontabilissimi per carità (non sono una di quelle che si vanta di superdonnismo, semmai il contrario), da dimenticarmi dove sto andando e dove voglio andare, da non riflettere bene sulle scelte, da accettare delle situazioni senza sapere dove mi porteranno, da dimenticare che il microcosmo in cui vivo è inevitabilmente immerso in un macrocosmo, da lasciarmi sopraffare dagli eventi.

Adesso basta: da oggi decido di decidere (come mi ha detto una simpatica collega/amica) cosa è meglio per me e per il mondo in cui vivo, decido di decidere come gestire il mio tempo, a cosa dedicarmi, per cosa lottare, che si tratti di lavoro, di progetti di vita o che so io.

Prima, però, dovrei imparare una cosa (e chi mi conosce sa che mi do sempre ottimi consigli): a diventare sorda alla critiche sterili, a chi ti scoraggia perché ti sottovaluta, ad andare avanti per la mia strada, come sempre tutta in salita!

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