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Potrei raccontarvi di una scatola

03/11/2009

Potrei raccontarvi di come vivo la mia città. Potrei raccontarvi dello sconforto che provo quando penso che a quasi 29 anni non ho alcuna esperienza lavorativa e non so tra quanto tempo riuscirò a concludere qualcosa. Potrei raccontarvi del mio piccolo matrimonio senza abito bianco e senza religione ma con le persone, poche, a cui voglio bene. Potrei raccontarvi i miei sogni a occhi aperti. Potrei raccontarvi della mia solitudine. Potrei raccontarvi dei film che vedo, dei libri che leggo, della musica che ascolto.

Potrei anche non farlo.

E non lo farò.

Non lo farò perché da un po’ di tempo mi sento sorda, cieca e muta. Insensibile verso ciò che mi circonda.

Ho poca voglia di comunicare, di essere l’emittente, ma ho sempre voglia di ascoltare, di essere quel destinatario implicito a cui si rivolge ogni scrittore, ogni comunicatore.

Questo potrei farlo.

Sì, potrei raccontarvi di una scatola.

Di una  scatola da riempire con suoni, emozioni, parole, odori, sapori, colori.

E poi  capovolgerla, buttare tutto fuori alla rinfusa, mescolarlo e creare qualcosa di nuovo.

Un magma in continua ebollizione che presto o tardi esploderà senza fare del male a nessuno.

Esploderà e verserà sul mondo suoni colorati, emozioni saporite, parole odorose.

E niente sarà più come prima.  Tutto nuovo, un caos da riscoprire con un  gusto…

…di mare, di azzurro, di tramonto, di cioccolato, di avventura, di flauto, di gioia, di rabbia, di arancione, di pizza, di montagna, di lilla, di rose rosse, di baci, di carezze, di sconforto, di nero, di viola, di Inghilterra, di Irlanda, di letteratura, di case in campagna, di libertà, di uguaglianza, di rispetto, di lotta, di rosso, di giallo, di fate, di pirati, di musica, di film, di folgie mosse dal vento, di profumo di spezie, di cannella, di chiodi di garofano, di amore…

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E SE UN’ALICE NON VI BASTAVA… ECCOVENE ALTRE 11!

06/10/2009

Dopo avervi proposto la mia traduzione del capitolo VII di Alice nel paese delle meraviglie, vorrei soffermarmi sui passaggi più ostici da rendere in italiano e su come siano stati tradotti da undici professionisti del settore.

Ecco l’elenco delle traduzioni che prenderò in esame (vi indico titolo, traduttore ed editore):

1)     Il mondo di Alice, Tommaso Giglio, BUR

2)     Alice nel paese delle meraviglie, Lucio Angelini, Einaudi ragazzi

3)     Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie e Al di là dello specchio, Alessandro Ceni, Einaudi tascabili

4)     Alice nel paese delle meraviglie, Aldo Busi, Feltrinelli

5)     Alice nel paese delle meraviglie. Attraverso lo specchio, Milli Graffi, Garzanti

6)     Alice nel paese delle meraviglie (con tanto di erroraccio sulla copertina: CARROL invece di CARROLL), Elda Bossi, Giunti Demetra

7)     Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie, Alessandro Serpieri, Marsilio

8)     Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie. Attraverso lo specchio, Masolino D’amico, Mondadori

9)     Alice nel paese delle meraviglie e Attravero lo specchio, Paola Faini, Newton Compton

10)   Alice nel paese delle meraviglie, Emma Cagli, Stampa alternativa (questa è la prima traduzione italiana e risale al 1908)

11)    Alice nel paese delle meraviglie, Carla Muschio, Stampa alternativa

ed ecco i passaggi in questione:

1)     Alice sighed wearily. “I think you might do something better with the time,” she   said, “than wasting it in asking riddles that have no answers.” “If you knew Time as well as I do,” said the Hatter, “you wouldn’t talk about wasting it. It’s him.”

2)     Twinkle, twinkle, little bat!

How I wonder what you are at!

Up above the world you fly

Like a tea-tray in the sky.

3)     “And so these three little sisters – they were learning to draw, you know—-” “What did they draw?” said Alice. [...] “Where did they draw the treacle from?” “You can draw water out of a water-well,” said the Hatter; so I should think you could draw treacle out of a treacle-well — eh, stupid?”

4)     “But they were in the well,” Alice said to the Dormouse [...] “Of course they were,” said the Dormouse: “well in.”

5)     “And they drew all manner of things [...] tha begins with an M, such as mouse-trapa, and the moon, and memory, and muchness – you know you say things are ‘much of a muchness’ – did you ever see a thing as a drawing of a muchness!”

Ed ecco i problemi che ogni singolo passaggio presenta:

1)     Alice, seguendo un modo di pensare razionale, tratta il tempo per quello che effettivamente è, un concetto astratto, mentre il Cappellaio lo tratta come se fosse una persona. Ne deriva che il pronome personale usato da Alice è IT; quello usato dal Cappellaio è HIM. Se in inglese esistono tre generi, sappiamo bene che in italiano ce ne sono soltanto due. Per cui, come fare a mantenere il gioco di parole? La soluzione migliore sembrerebbe quella di forzare l’italiano laddove la traduzione più naturale di “wasting it” sarebbe “perderlo”. Vediamo quindi come hanno agito gli undici traduttori presi in esame.

GIGLIO (BUR): “se tu conoscessi il Tempo come me”, rispose il Cappellaio, “non parleresti di perderlo. È lui che fa così”.

ANGELINI (Einaudi ragazzi): “se tu conoscessi il Tempo bene quanto lo conosco io”, fece il Cappellaio, “non ne parleresti così. Lui è una persona”.

CIONI (Einaudi tascabili): “…esso non andrebbe sprecato ponendo indovinelli che non hanno risposta”. “Se conoscessi il Tempo come lo conosco io”, disse il Cappellaio, “non parleresti di sprecare esso bensì lui”.

BUSI (Feltrinelli): “…invece di gingillarvi con esso facendo indovinelli senza risposta”. “Se tu conoscessi il Tempo come lo conosco io”, disse il Cappellaio, “non parleresti di gingillarti con esso. È un lui, lui”.

GRAFFI (Garzanti): “se tu conoscessi il Tempo come lo conosco io”, replicò il Cappellaio, “non oseresti parlarne con tanta disinvoltura; lui è un signor Tempo”.

BOSSI (Giunti): “mi pare che si possa fare qualcosa di meglio che sciupare il tempo proponendo indovinelli che non hanno risposta”. “Se lei conoscesse il tempo come lo conosco io”, disse il Cappellaio, “non parlerebbe di sciuparlo. Sciupare lui!”

SERPIERI (Marsilio): “…e non trasturllarvi con esso proponendo indovinelli che non trovano risposta”. “Se tu conoscessi il Tempo quanto lo conosco io”, disse il Cappellaio, “non diresti che uno si trastulla con esso. Perché esso è lui”.

D’AMICO (Mondadori): “se tu conoscessi il Tempo come lo conosco io”, disse il Cappellaio, “non ne parleresti con tanta confidenza”.

FAINI (Newton Compton): “se tu conoscessi il Tempo bene quanto me”, la rimproverò il Cappellaio, “non parleresti di sprecarlo, come se fosse una cosa. Perché non lo è”.

CAGLI (Stampa alternativa): “ah, se tu conoscessi il Tempo come lo conosco io!” ribattè il Cappellaio, “scommetto che tu non gli hai mai parlato”.

MUSCHIO (Stampa alternativa): “…e invece esso viene sprecato proponendo indovinelli che non hanno risposta”. “Se tu conoscessi il Tempo come lo conosco io”, osservò il Cappellaio, “non diresti ‘esso’ ma ‘egli’”.

Non mi pare questo il luogo adatto a dilungarmi su ogni singola traduzione (ci sarebbero moltissime osservazioni da fare!) però si possono fare alcune considerazioni: quattro traduttori (vedi CIONI, BUSI, SERPIERI e MUSCHIO) hanno scelto di forzare un po’ la mano (come del resto ho fatto anche io) per mantenersi fedeli all’originale, riproponendo il gioco IT/HIM con un corrispettivo ESSO/LUI. In questo caso, i nostri traduttori si sono spianati la strada introducendo il pronome nella battuta precedente in modo da poterlo riprendere in seguito. In tutti gli altri casi, invece, si assiste ad una reinvenzione del testo, ponendo l’accento sulla sua personalità (GIGLIO), ricordando che si tratta di una persona (ANGELINI, BOSSI, FAINI, CAGLI) o, infine, palrnedone come di qualcuno cui si deve mostrare rispetto (D’AMICO e GRAFFI).

Qual è la soluzione migliore? Beh, se la traduzione ha una sua coerenza interna sono tutte ottime. Se poi cominciamo a porci il solito problema della fedeltà, allora è un altro paio di maniche perché questo è un argomento che, credo, non avrà mai una conclusione. Sul blog di Yako ho letto proprio qualcosa al riguardo. Se “tradisco” il testo per rendergli giustizia e far gustare al lettore lo stesso sapore che aveva l’originale, perché non farlo? Nel caso della battuta sul tempo, ad esempio, la questione fondamentale è che per Alice è un concetto e, come tale, è neutro; per il Cappelaio il Tempo è una persona (nella fattispecie si tratta di un uomo, sia in inglese che in italiano) da trattare con rispetto e di cui parlare nei giusti termini. Mi pare quindi che nessuno abbia calpestato l’opera, almeno in questo frangente!

Voi cosa ne pensate?

Per la discussione degli altri passaggi… TO BE CONTINUED

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Alice… tradotta da Alice

19/09/2009

Dopo un po’ di tempo mi rifaccio viva su questi lidi con la traduzione di un capitolo dell’opera da cui prende il nome questo blog. A breve, posterò anche una disamina su alcuni elementi peculiari di questo capitolo, su come li ho resi in italiano e sulle diverse rese di undici traduttori italiani!

Alice nel paese delle meraviglie

Capitolo 7: un tè da pazzi

La Lepre Marzolina e il Cappellaio Matto stavano prendendo il tè seduti a un tavolo apparecchiato sotto un albero, di fronte alla casa: tra loro, profondamente addormentato, sedeva un Ghiro che usavano come cuscino poggiandoci sopra i gomiti mentre gli parlavano sopra la testa. “Molto scomodo per il Ghiro”, pensò Alice, “ma visto che sta dormendo suppongo che non gli importi”.

Il tavolo era lungo ma i tre se ne stavano ammassati in un solo angolo. “Non c’è posto! Non c’è posto!”, esclamarono quando videro arrivare la bambina. “C’è un sacco di spazio!”, ribatté lei indignata, e si accomodò su un’ampia poltrona a un capo del tavolo.

“Prendi del vino”, la invitò la Lepre Marzolina con tono incoraggiante.

Alice diede un’occhiata sul tavolo ma non vide altro che tè.

“Di vino non ne vedo”, osservò lei.

“Non ce n’è”, rispose la Lepre.

“Allora non è stato molto cortese da parte tua offrirmene”, disse Alice con rabbia.

“Non è stato molto cortese da parte tua sederti senza essere invitata”, notò la Lepre.

“Non sapevo che fosse il vostro tavolo”, disse Alice, “è stato apparecchiato per un numero di molto superiore a tre”.

“I tuoi capelli hanno bisogno di una spuntatina”, fece il Cappellaio. Per un po’ se n’era rimasto a fissare la bambina con gran curiosità e questo fu il suo primo intervento.

“Dovresti imparare a non fare osservazioni personali”, cominciò Alice con un pizzico di severità, “è davvero scortese”.

Al sentire ciò il Cappellaio spalancò gli occhi ma tutto quel che disse fu: “perché un corvo somiglia a una scrivania?”

“Ecco, adesso comincia il divertimento!”, pensò Alice. “Sono contenta che abbiano cominciato a porre degli indovinelli. – Credo di poterlo risolvere”, aggiunse a voce alta.

“Intendi dire che pensi di poter trovare la risposta?”, chiese la Lepre Marzolina.

“Proprio così”, confermò lei.

“Allora dovresti dire cosa intendi”, aggiunse la Lepre.

“Sì”, replicò in fretta Alice, “almeno – almeno io intendo quello che dico, che è la stessa cosa, sapete”.

“Non è per niente la stessa cosa!”, esclamò il Cappellaio Matto. “Perché altrimenti sarebbe come dire che ‘Vedo quello che mangio’ è lo stesso di ‘Mangio quello che vedo’!”

“Sarebbe come dire”, aggiunse la Lepre, “che ‘Mi piace quello che prendo’ è lo stesso di ‘Prendo quello che mi piace’!”

“Sarebbe come dire”, intervenne il Ghiro, che sembrava parlare nel sonno, “che ‘Respiro mentre dormo’ è lo stesso di ‘Dormo mentre respiro’!”

“Per te è proprio la stessa cosa”, disse il Cappellaio, e a questo punto la conversazione cessò e la combriccola se ne rimase in silenzio per qualche minuto, mentre Alice ripensava a tutto quello che riusciva a ricordare su corvi e scrivanie, che non era molto.

Il Cappellaio fu il primo a rompere il silenzio. “Che giorno del mese è?”, chiese rivolgendosi alla bambina: aveva tirato fuori l’orologio dal taschino e lo stava esaminando con ansia, scuotendolo di tanto in tanto, per poi avvicinarselo all’orecchio.

Alice ci pensò su un momento e poi rispose: “il quattro”.

“Indietro di due giorni!”, sospirò il Cappellaio. “Te lo avevo detto che il burro non avrebbe fatto bene agli ingranaggi!”, aggiunse, indirizzando uno sguardo rabbioso verso la Lepre Marzolina.

“Ma era burro della miglior qualità”, replicò la Lepre con fare sottomesso.

“Va bene, ma devono esserci finite dentro anche delle briciole”, borbottò il Cappellaio, “non avresti dovuto spalmarglielo con il coltello per il pane”.

La Lepre Marzolina prese l’orologio e lo osservò con tristezza; quindi lo immerse nella sua tazza di tè  e tornò a esaminarlo, ma non riuscì a pensare a niente di meglio da dire se non ripetere la sua prima osservazione, “sai bene che era burro della miglior qualità”.

Alice era rimasta a osservarlo da sopra le sue spalle con curiosità. “Che strano orologio!”, notò, “indica la data ma non l’ora!”

“Perché dovrebbe?”, brontolò il Cappellaio. “Per caso il tuo indica l’anno?”

“Certo che no”, replicò Alice prontamente, “ma questo perché un anno dura tanto tempo”.

“Che è proprio il caso del mio”, disse il Cappellaio.

Alice si sentì terribilmente confusa. L’osservazione del Cappellaio le sembrava non avere un briciolo di significato nonostante fosse stata fatta in modo corretto. “Non riesco proprio a capirti”, disse più educatamente possibile.

“Il Ghiro si è addormentato di nuovo”, fece il Cappellaio e gli versò del tè bollente sul naso.

Il Ghiro scosse la testa con impazienza e disse, senza aprire gli occhi, “certo, certo: proprio quello che stavo per notare io stesso”.

“Hai risolto l’indovinello?”, chiese il Cappellaio rivolgendosi di nuovo ad Alice.

“No, mi arrendo”, replicò. “Qual è la soluzione?”

“Non ne ho la più pallida idea”, rispose il Cappellaio.

“Nemmeno io”, aggiunse la Lepre.

Alice sospirò, stanca.

“Penso che potreste sfruttare meglio il vostro tempo”, disse, “piuttosto che sprecare esso con indovinelli che non hanno soluzione”.

“Se tu conoscessi il Tempo come lo conosco io”, esordì il Cappellaio Matto, “non ne parleresti in questi termini. E’ un lui, non un esso”.

“Non capisco cosa intendi dire”, disse Alice.

“È naturale che non capisci”, ribatté il Cappellaio scuotendo la testa con sdegno. “Suppongo che tu non abbia mai parlato con il Tempo!”

“Forse no”, replicò lei con cautela, “ma so che devo batterlo quando studio musica”.

“Ah, questo spiega tutto!”, esclamò il Cappellaio. “ Lui non sopporta di essere battuto. Ora, se provi ad andarci d’accordo, farà praticamente tutto quello che vuoi con l’orologio. Per esempio, supponiamo che siano le nove del mattino, l’ora esatta in cui cominciano le lezioni: devi solo bisbigliare una parolina al Tempo e l’orologio andrà avanti in un batter d’occhio! L’una e mezza, ora di pranzo!”

(“Come vorrei che fosse così”, mormorò tra sé la Lepre Marzolina).

“Sarebbe sicuramente splendido”, disse Alice, pensierosa, “ma capite bene che per allora non sarei affamata”.

“Forse non subito”, rispose il Cappellaio, “ma potresti tenere le lancette sull’una e mezza per tutto il tempo che vuoi”.

“È così che fai tu?”, chiese Alice.

Il Cappellaio scossa la testa tristemente. “Non io!”, replicò. “Abbiamo litigato lo scorso marzo, poco prima che lei impazzisse, sai…” (indicò la Lepre Marzolina con il cucchiaino) “… è successo al gran concerto dato dalla Regina di Cuori, durante il quale dovevo cantare

Brilla, brilla, pipistrello

Dimmi un po’ “che fai di bello?”

Forse conosci questa canzone”.

“Ho sentito qualcosa di simile”, rispose Alice.

“E poi, come sai”, continuò il Cappellaio, “va avanti in questo modo:

In cima al mondo te ne vai

E con me non resti mai.

Brilla, brilla…”

A questo punto il Ghiro si riscosse e cominciò a cantare, ancora addormentato, “brilla, brilla, brilla, brilla…”, andando avanti tanto a lungo che dovettero dargli un pizzicotto per farlo smettere.

“Beh, avevo appena concluso la prima strofa”, continuò il Cappellaio, “quando la Regina sbraitò: ‘sta ammazzando il tempo! Tagliategli la testa!”

“Che crudeltà!”, esclamò Alice.

“E da quel momento in avanti”, concluse il Cappellaio, afflitto, “non fa più quello che gli chiedo! Adesso sono sempre le sei del pomeriggio”.

Ad Alice venne un’idea brillante. “È questo il motivo per cui sono stati tirati fuori tutti questi servizi da tè?”

“Sì, è proprio così”, rispose il Cappellaio con un sospiro, “è sempre l’ora del tè e negli intervalli non abbiamo il tempo di ripulire tutto”.

“Quindi continuate a spostarvi di posto, giusto?”, chiese Alice.

“Esatto”, rispose il Cappellaio, “man mano che le tazze si sporcano”.

“Ma cosa succede quando ritornate al principio?”, si azzardò a chiedere la bambina.

“E se cambiassimo argomento?”, li interruppe la Lepre Marzolina, mentre sbadigliava. “Questo qui mi ha stufato. Propongo che la signorina ci racconti una storia”.

“Temo di non conoscerne nessuna”, rispose lei, messa in allarme dalla proposta.

“Allora lo farà il Ghiro!”, esclamarono i due. “Svegliati, Ghiro!” e lo pizzicarono su entrambi i fianchi contemporaneamente.

L’animale aprì gli occhi con lentezza. “Non stavo dormendo”, disse con una vocina esile esile, “ho sentito ogni vostra parola”.

“Raccontaci una storia!”, disse la Lepre Marzolina.

“Sì, per favore”, lo pregò Alice.

“E sii veloce”, “aggiunse il Cappellaio, “altrimenti ti sarai riaddormentato prima di averla conclusa”.

“C’erano una volta tre sorelline”, si precipitò a cominciare il Ghiro, “che si chiamavano Elsie, Lacie e Tillie e vivevano sul fondo di un pozzo…”

“Di cosa si nutrivano”, chiese Alice, sempre molto interessata alle questioni sul mangiare e sul bere.

“Si nutrivano di melassa”, rispose il Ghiro, dopo averci riflettuto un paio di minuti.

“Non  avrebbero potuto farlo”, osservò lei con gentilezza, “si sarebbero ammalate”.

“Infatti lo erano”, ammise l’animale, “molto malate”.

Alice provò a immaginare quanto sarebbe stato bizzarro vivere in quel modo ma la cosa la disorientò parecchio per cui continuò, “ma perché vivevano sul fondo di un pozzo?”

“Prendi un altro po’ di tè”, disse la Lepre ad Alice, con estrema serietà.

“Non ne ho ancora preso”, replicò lei, offesa, “quindi non posso prenderne di più”.

“Intendi dire che non puoi prenderne di meno”, aggiunse il Cappellaio, “è molto facile prendere più di niente”.

“Nessuno ha chiesto la tua opinione”, ribatté Alice.

“Chi è che fa osservazioni personali adesso?” notò il Cappellaio trionfante.

Alice non sapeva proprio come ribattere quindi si servì un po’ di tè e del pane e burro; poi, rivolgendosi al Ghiro, ripeté la sua domanda: “perché vivevano sul fondo di un pozzo?”

L’animale si concesse di nuovo un paio di minuti per rifletterci e poi disse: “era un pozzo di melassa”.

“Non esiste una cosa simile!” Alice stava cominciando davvero ad arrabbiarsi ma il Cappellaio e la Lepre le fecero “Sssst! Sssst!” e il Ghiro replicò imbronciato, “se non sai essere garbata, faresti meglio a concludere la storia da sola”.

“No, per favore, continua!”, lo pregò Alice con fare assai umile. “Non ti interromperò più. Suppongo che possa esisterne almeno uno”.

“Uno, per l’appunto!” esclamò il Ghiro, indignato. Tuttavia acconsentì ad andare avanti. “E così queste tre sorelline stavano imparando a ritrarre, sai…”.

“Che cosa ritraevano?”, chiese Alice, che si era completamente dimenticata della sua promessa.

“Melassa”, rispose il Ghiro che, questa volta, non ci fece per nulla caso.

“Voglio una tazza pulita”, interruppe il Cappellaio. “Cambiamo tutti posto”.

Mentre parlava si spostò e il Ghiro lo seguì. La Lepre prese il posto del Ghiro e Alice, piuttosto di malavoglia, occupò quello della Lepre Marzolina. Il Cappellaio fu l’unico a godere di qualche vantaggio dal cambiamento, al contrario di Alice che si ritrovò in condizioni decisamente peggiori di prima perché la Lepre Marzolina aveva appena rovesciato la caraffa del latte sul suo piattino.

La bambina non desiderava offendere nuovamente il Ghiro così fu molto circospetta: “ma non capisco. Da dove ritraevano la melassa?”

“Se si può trarre e ritrarre l’acqua fuori da un pozzo per l’acqua”, cominciò la Lepre, “mi verrebbe da pensare che si possa trarre e ritrarre la melassa fuori da un pozzo di melassa, stupida!”

“Ma loro si trovavano dentro il pozzo”, disse Alice al Ghiro, preferendo ignorare quest’ultimo appunto.

“Certo che lo erano”, confermò quello “ben dentro anche”.

“Stavano imparando a ritrarre”, continuò, mentre sbadigliava e si sfregava gli occhi per il troppo sonno, “e ritraevano ogni sorta di cose, tutte quelle che  cominciano per M…”.

“Per M?”, chiese Alice.

“Perché no?”, rispose la Lepre.

Alice tacque.

Nel frattempo, il Ghiro aveva chiuso gli occhi per farsi un pisolino ma, pizzicato dal Cappellaio, si risvegliò con uno strilletto e continuò: “… che cominciano per M, come mollica di pane, montagna, memoria e mare magnum. Tu sai cos’è un mare magnum, no? Hai mai visto il disegno di un mare magnum?”

“In realtà, ora che me lo domandi”, fece Alice, estremamente confusa, “non credo di…”

“Allora faresti meglio a tacere”, ribatté il Cappellaio.

Questo rude attacco fu più di quanto Alice riuscisse a sopportare: si alzò, profondamente offesa, e se ne andò. Il Ghiro si addormentò all’istante e gli altri due non fecero minimamente caso alla sua partenza, sebbene lei si guardasse indietro un paio di volte, con la mezza speranza di essere richiamata. L’ultima volta che li vide stavano cercando di infilare il Ghiro nella teiera.

“Comunque, non ci metterò più piede!” si disse mentre procedeva con cautela attraverso il bosco. “È stato il tè più stupido a cui abbia mai partecipato in vita mia!”

Proprio mentre faceva quest’osservazione notò che uno degli alberi aveva una porta che conduceva dritto al suo interno. “Ciò è davvero curioso!”, pensò. “Ma oggi tutto è curioso. Potrei anche entrarci subito”. E così fece.

Ancora una volta si ritrovò nel lungo vestibolo, nei pressi del tavolino di vetro. “Beh, questa volta ci riuscirò”, si disse e cominciò con il prendere la chiavetta d’oro e aprire la porta che conduceva in giardino. Poi si mise al lavoro mordicchiando il fungo (ne aveva conservato un pezzo in tasca) finché non fu alta più o meno un piede; quindi si infilò nel piccolo corridoio e allora… si trovò finalmente nel bel giardino tra le aiuole splendenti e le fresche fontane.

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Ironia… portami via

21/08/2009

Scrivo e cancello. Scrivo e cancello. Comincio a scrivere qualcosa ma poi me ne pento. Non ho il blocco dello scrittore perché non sono una scrittrice: io rubo le parole agli altri, le riporto così come sono, le modifico, le allungo, le accorcio, le fondo… ma non le invento. Scrivo qui qualche pensiero o, meglio, qualche stralcio di pensiero ma non sono brava a inventare, a dare vita a un mondo grazie alle mie parole. Mi sarebbe piaciuto, forse, ma non lo so fare e così lascio che lo facciano altri al posto mio. Il mondo è così pieno di scrittori. Non credo sia necessaria anche la mia presenza.

Un’altra cosa che non so fare, o non so usare, è l’ironia. Amo moltissimo quegli autori capaci di usarla con leggerezza, mi piace coglierla fra le righe ma io non so proprio usarla. Forse perché mi manca la giusta dose di distacco… mi manca, forse, il giusto senso della prospettiva. Sono troppo impantanata per riuscire a ironizzare. Eppure c’è chi riesce a farlo anche trovandosi immerso nel fango. Forse è una dote innata. Io sono troppo teatrale, vittimista e plateale per riuscirci. Ancora non riesco a essere ironica nei confronti di questa città melmosa in cui vivo. Una cara amica ed ex-compagna di scuola che vive a Berlino, ritrovata grazie a Facebook, sembra possedere un’ironia innata: mi piace come sia riuscita a cogliere l’essenza di questa città (potete curiosare qui) e, in generale, mi piace il suo modo di raccontarsi e di raccontare ciò che la circonda. Ecco, un po’ come Joyce: odiava a morte l’Irlanda, e Dublino in particolare, ma la terra d’origine è  protagonista assoluta delle sue opere. Si respira l’Irlanda in ogni sua parola.

Vorrei provare a parlare con ironia di Palermo, scherzare sulle sue strade fetide, sulla gente puzzona e maleducata, sull’olezzo di fogna che si respira ad ogni passo, sulla desolazione che vedo intorno, sul degrado… ma, in questo momento, non ci riesco. Riesco solo a odiare, a odiare con tutto il cuore, a odiare una città che non mi ha dato nulla e non mi darà mai nulla, a odiare una città che starebbe bene in una poesia di Eliott…

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Che lavoro fai? …Pratico il caos

23/07/2009

Non sono mai stata brava a dare delle definizioni di me, forse perché odio le definizioni. Se mi si chiedesse come sono, estroversa o introversa, solare o riservata e timida, allegra o malinconica, sincera o bugiarda, risponderei che sono tutto e niente, che in me racchiudo tutto questo…  Uno, Nessuno e Centomila. Depende… de que depende… de segun se mire el mundo todo depende… Vale anche per me. Essendo una persona sferica (qualche persona dalla grande sensibilità mi ha definito, quando andavo a scuola, “arancina con i piedi” e io, essendo magnanima (nel senso che le anime me le magno!) non perdono) dalle mille sfaccettature, mostro lati di me sempre diversi e nuovi (anche qui: amo la vità tranquilla ma forse, dico forse, anche i cambiamenti e le novità, i tagli netti). Sono una persona profondamente insicura, incerta e con autostima pari a zero ma, fino a qualche tempo fa, credevo di essere ordinata, organizzata e razionale. Adesso mi scopro caotica e profondamente irrazionale. Al posto del cervello ho un’enorme boccia di vetro (preferisco una bolla di sapone: più leggera ed eterea) in cui si scontrano idee, progetti, pensieri ed emozioni. Se il luogo in cui vivo è sempre ordinato, ogni cosa pulita e al suo posto beh… la testa no. Direi che il mio cervello è come uno di quegli armadi in cui infili sempre qualcosa di nuovo finché un giorno, quando decidi di fare ordine, non esce un caoso immenso di oggetti, oggetti che non credevi nemmeno di possedere. Oppure è come se dei principianti ci stessero giocando una partita di biliardo, con tutte le palle che si vanno scontrando, senza criteri precisi.

Che lavoro faccio? …Pratico il caos

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La risposta definita è… quarantadue?

21/07/2009

Visto che, almeno per ora, non ho alcuna voglia di parlare di me (non ho nulla di eccitante da raccontare: niente vacanze, niente lavoro, ecc. ecc.)  preferisco accennare ai libri che leggo. Ultimamente ho letto Ristorante al termine dell’universo. Come al solito il grande Doug è esilarante, spassoso… e ti fa riflettere sul nostro rapporto con la natura, con la società e i suoi aspetti assurdi, con la politica. A questo proposito vi posto una pagina esemplare:

Image of Ristorante al termine dell'Universo

Il maggior problema, ossia uno dei maggiori problemi (ce ne sono tanti)  che l’idea di governo fa sorgere è questo: chi è giusto che governi? O meglio, chi è così bravo da indurre la gente a farsi governare da lui? [E noi italiani lo sappiamo bene!]  A ben analizzare, si vedrà che: a) chi più di ogni altra cosa desidera governare la gente è, proprio per questo, il meno adatto a governarla; b) di conseguenza, a chiunque riesca a farsi eleggere Presidente dovrebbe essere proibito di svolgere le funzioni proprie della sua carica, per cui: c) la gente e il suo bisogno di essere governata sono una gran rogna.  Così, i vari Presidenti galattici che si sono succeduti al potere hanno assaporato con tanto gusto le gioie della poltrona, da non accorgersi che non erano veramente loro a comandare. Qualcuno nell’ombra governava al posto loro.  Ma chi può mai governare, se a chi desidera farlo non è permesso di farlo?

Grande Douglas Adams!!

Ultima curiosità: a proposito del numero quaratadue, la risposta definitiva alla vita, l’universo e tutto quanto, i personaggi affermano spesso che è la risposta a “sei per nove”.

Sei per nove?? Ma non era sei per sette a fare quaratadue? Sarei curiosa di sapere come fosse nell’originale? O forse i nostri cari Ford e Arthur sono due ignorantoni?

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Amore e Politica ne La ragazza di Bube

02/07/2009

La ragazza di Bube

Dopo un po’ (forse troppo) tempo, sono tornata a leggere un autore italiano. Ebbene sì, lo ammetto: non amo appassionatamente la letteratura italiana, soprattutto quella contemporanea (laddove si possa parlare di letteratura, chiaro).  Forse non la amo perché, spesso, non vi ritrovo quello che cerco. Però, bisogna ammetterlo, ci sono scrittori  che ti accarezzano l’animo. Anche dopo aver chiuso l’ultima pagina di un loro libro, riesci ancora a sentirne il tocco delicato che ti sfiora e ti sfiora e ti sfiora… Così è stato con La ragazza di Bube di Cassola, vincitore del Premio Strega nel 1960.

Dall’introduzione di Geno Pampaloni all’edizione Bur:

La vicenda è ambientata in Toscana, in uno dei luoghi deputati del mondo cassoliano, la Val d’Elsa, e i suoi protagonisti vivono ancora nell’atmosfera appassionata della Resistenza da poco conclusa con la liberazione. Bube è stato un valoroso partigiano, e ha trovato nella lotta un’immagine di sé che lo soddisfa ma al tempo stesso lo chiude come in uno stereotipo. Giovane timido, elementare e in sostanza impreparato alla vita, la rudezza spiccicativa della sua determinazione di combattente gli ha conquistato il titolo di “Vendicatore”; e quando scende dalle montagne e torna alla vita di pace (una vita incolore e deserta di funzionario di partito), sentirsi ancora “Vendicatore” è per lui un povero orgoglio ma anche un oscuro, ma toccante, e in fondo generoso, sentimento di fedeltà. C’è un episodio assai significativo a questo proposito. Una sera Bube incontra il prete Ciolfi, vecchio fascista che, come tale, era dovuto scappare dal paese; insieme al rancore politico c’è nell’animo di Bube un sentimento di pietà per quel vecchio conosciuto sin dall’infanzia; fa quindi finta di non vederlo, e cerca poi di proteggerlo dalla furia di qualche donna più aggressiva. Ma quando sente che l’accanimento popolare contro l’avversario è più tenace della sua pietà, si trasforma da difensore in aggressore: è a lui, al “Vendicatore”, che tocca il compito e l’onore di picchiare. Con questo spirito incorre in un incidente più grave, da cui tutta la sua vita sarà segnata. Nato un alterco tra comunisti e un marescilallo dei carabinieri (decorato della Resistenza; ma questo si saprà dopo; nel ‘45, agli occhi di un comunista, non può essere che un fascista), si accende una sparatoria in cui il maresciallo uccide un compagno, un altro compagno uccide il maresciallo, e Bube, ripreso nel vortice della spregiudicatezza crudele di combattente vissuto tanto tempo alla macchia, insegue e uccide il figlio del maresciallo.  Bube si era innamorato di Mara quando la guerra era finita da poco; prima degli incidenti sopra accennati. L’assassinio si mescola proprio al fiorire più trepido e appassionato dell’amore, allo sbocciare tenerissimo della giovinezza di lei. L’incontro d’amore nel capanno, ove i due giovani si nascondono in attesa degli uomini del partito incaricati di organizzare la fuga di Bube dopo l’uccisione del figlio del maresciallo, non solo raccoglie alcune tra le più delicate pagine d’amore del nostro Novecento, ma ha quasi una funzione di lavacro, di rigenerazione, come se, insieme a Mara, Bube avesse miracolosamente attraversato le acque del Lete. La vita procede altrimenti. Il delitto non viene dimenticato o archiviato: Bube subisce processo e condanna.  Si inserisce qui uno dei temi più controversi del romanzo, che supera la situazione contingente nel quale è inserito dal narratore e consente, per esempio, anche una lettura attuale, post-sessantottina. E’ il tema che possiamo definire dell’ “educazione politica”. Bube si sente tradito dal suo partito, non soltanto perché dopo il delitto (che egli pensa di aver compiuto quasi per delega del suo partito), il partito non lo difende abbastanza. Il “tradimento” di cui Bube si sente vittima è retrospettivo, e ha avuto inizio sin da quando il partito lo ha educato ai valori della violenza punitiva, lo ha accettato o sollecitato nel ruolo di “Vendicatore”, senza avvertirlo dei rischi mortali che egli correva, del non-valore etico (e ora anche politico) implicito nell’ideologia della violenza.  Nella parte finale la funzione di portagonista passa a Mara, la più consapevole dell’atroce tranello che la vita ha teso al suo uomo. Mentre Bube è in prigione in attesa del processo, la vediamo andare a Colle val d’Elsa a servizio; incontra un giovane operaio ed è sfiorata dalla casta tentazione di un nuovo amore; ma dopo la condanna di Bube decide di essere per sempre la sua donna, di aspettarlo per tutti gli anni che a lui restano da passare in carcere, per ricostituire e riconsacrare un affetto che è anche un dovere verso un uomo che ha sbagliato la propria vita. Amore e dovere s’intrecciano con gli errori del passato; ma l’esito non può essere che la fedeltà, a se stessa, al fiore della propria giovinezza e alla ragione del proprio destino.

Questa parte dell’introduzione mi sembra significativa perché, in essa, sono racchiuse, più o meno, le tematiche fondamentali del libro: da una parte l’amore; dall’altra, la politica.

Parto con le mie considerazioni cominciando proprio da quest’ultimo aspetto.

Mi sono sempre chiesta cosa sarebbe successo in Italia se, alla fine della guerra, i partigiani si fossero rifutati di consegnare le armi ad americani e inglesi, se i fascisti non fossero stati graziati. Come al solito, ci siamo dovuti assoggettare a una “dominazione” straniera, caratteristica che contraddisitngue l’Italia dall’alba dei tempi. Certo, gli italiani erano stremati e non ce l’avrebbero fatta a continuare a combattere però, porca miseria, la Resistenza è stato l’unico periodo, nella storia italiana, in cui siamo riusciti ad alzare la testa, a ribellarci anche a costo della vita. Per poi soccombere a un altro dominatore. Tipico.

Il padre di Mara, anch’egli comunista, ribadisce, nel corso del romanzo, che inglesi e americani sono delle bestie e che è stato un grosso errore lasciare liberi i fascisti ( in seguito, viene concessa loro l’amnistia mentre a Bube no).

S’era detto sempre, quando viene il momento, si sradica una volta per sempre la malerba. Ma sì, è bastato che venisse la moglie a piangere, oppure i figlioli… Come se uno, perché ha moglie e figlioli, gli si dovessero perdonare vent’anni di dlinquenza! Io glielo dico sempre ai compagni: siamo stati a perder tempo con le chiacchiere, e invece, quello era il momento di agire. Ma io lo proposi: prendiamo quei tre o quattro, portiamoli nel bosco, una bella scarica nella schiena, e via.

Anche Lidori, un compagno amico di Bube, la pensa allo stesso modo:

Ci siamo fatti ingannare, ecco qual è la verità: nel ‘45, quello era il momento di agire…

E qualcuno ribatte:

Con gl’inglesi e gli americani in casa?

Forse sì. Forse avremmo dovuto rischiare perché la storia che stiamo vivendo noi, il degrado che ci sta attorno, non è che una diretta conseguenza del dopoguerra; una diretta conseguenza dei nostri errori. Abbiamo graziato i fascisti che, a un certo punto, avevano avuto la decenza di andarsi a nascondere nelle fogne. Da qualche anno a questa parte, però, ne sono abbondantemente riemersi, tanto da istituire delle ronde che si richiamano direttamente a Mussolini e alle divise delle SS. Preoccupante, tutto ciò. E chi dobbiamo ringraziare, per questo? Il “caro” Togliatti? Gli americani che sovvenzionarono i democristiani pur di far perdere le lezioni ai comunisti? (Altrimenti ci potevamo scordare aiuti da parte loro). Non so chi dobbiamo ringraziare, so solo che La ragazza di Bube, letto oggi, letto nel 2009, letto quando Berlusconi somiglia sempre di più a Mussolini, letto quando, senza nemmeno accorgercene, stiamo perdendo fin troppi diritti, beh… fa pensare.  Pur essendo chiara la condanna di Cassola contro la deriva violenta della Resistenza, credo che gli italiani avrebbero dovuto agire in modo diverso per dimostrare,anzitutto a loro stessi, di essere un popolo fiero. Oggi non siamo altro che un popolo di idioti che idolatra un nano altrettanto idiota.

A questo punto, in realtà, mi verrebbe da chiuderla qui. Come si fa a parlare d’amore? Eppure Cassola ci riesce benissimo. Geno Pampaloni non ha tutti i torti quando definisce le sue pagine sull’amore alcune tra le più delicate del Novecento italiano. Eccone un esempio:

Oh, Bubino, sono più brava io a fare i discorsi! Ma l’ho capito lo stesso cosa volevi dire. E allora, ascoltami: quando saremo sposati, non saremo più due, ma una persona sola. Saremo felici insieme… e se avremo qualche dolore, lo avremo insieme. Per esempio, se ti farà male un dente, anch’io sentirò male a un dente… Oh, Bubino, ma tu ti annoi coi miei discorsi. E hai ragione, sai… Dice tante sciocchezze la tua Mara… Ma non gliene devi volere. Perché sono sciocca, è vero, ma in compenso ti voglio tanto bene… mi sembra di non poterlo contenere il bene che ti voglio.

In queste parole così semplici è nascosta l’essenza dell’amore, essenza che una semplice popolana coglie alla perfezione. Amore così grande che, a un certo punto, le parole non bastano più. E Mara l’ha capito benissimo. Mara lo capisce perhé, in realtà, questo è il suo romanzo.  Se, da un lato, Bube rappresenta la consapevolezza, “l’educazione politica”, Mara è una figura a tutto tondo che, grazie a questo amore, cresce e matura. All’inzio sembra una ragazzetta come tutte le altre: pronta a spettegolare, desiderosa di avere un paio di scarpe con i tacchi, una borsetta o un vestito nuovo. Ma l’amore per Bube comincia a cambiarla, a renderla più consapevole del mondo che la circonda. Se, inizialmente, è contenta del paesello in cui vive, dopo la fuga dell’amato sente il bisogno di allontarsi da un luogo in cui tutto sono a conoscenza di tutto e in cui si fa presto a giudicare gli altri. Passa il tempo e si innamora di un altro uomo, si fa conquistare da quelle sensazioni che si provano quando sboccia un nuovo amore: Bube non è più nei suoi pensieri. E’ lontano e non sa se potrà mai tornare. Eppure non vuole lasciarlo, perché sa che lui vive solo per poterla rivedere. Sarebbe scorretto, da parte sua, lasciarlo mentre lui è via. E così è combattuta tra la possibilità di un nuovo amore e la fedeltà al vecchio. Se fosse frivola come una volta, probabilmente sceglierebbe il nuovo ma, a maggior ragione quando Bube torna in Italia e viene arrestato, lei sa di essere legata a lui. Non può lasciarlo: il giovane continua a vivere soltanto perché sa che lei lo attende. E’ una grande prova di coraggio da parte di Mara, una grande prova di pazienza e sopportazione: rinuncia a un amore a portata di mano per aspettare  Bube, anche se ci vorranno 14 anni prima di poter vivere insieme.

Mara e Bube, due personaggi fedeli, fedeli alla politica, fedeli all’amore.

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Vi presento la mia “bella” Palermo

02/06/2009

Oggi ne ho approfittato per farmi un giro della città e questo è quello che ne è venuto fuori. Se si pensasse un po’ meno alle cazzo di veline, alle Noemi e a tutte le altre cazzate annesse… ma certo, Berlusconi non può rimproverare troppo il suo amichetto di Miami,  Cammarata.  Del resto, è quello che si meritano i palermitani: gente merdosa immersa nella merda. I palermitani non meritano altro.

http://www.facebook.com/home.php#/album.php?aid=2023862&id=1389126733&ref=nf


Altre foto, di qualche giorno prima, non mie.

http://www.youtube.com/watch?v=VnevKFYoRc0

Diffondetele!

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Quanto poco ci vuole per buttare a terra qualcuno

29/05/2009

Ho appena saputo che, probabilmente, il libro di racconti a cui lavoro da mesi non uscirà mai, almeno per la casa editrice che avevo contattato mesi fa. Quando mi avevano detto che la mia proposta di traduzione gli era piaciuta, ero la persona più felice del mondo: avevo finalmente l’opportunità di dimostrare a me stessa di essere in grado di essere una traduttrice. Già immaginavo che con loro avrei potuto tradurre qualche altra cosa, per lanciarmi, in seguito, con altre case editrici. Poi, qualche mese fa, mi avevano detto che il libro sarebbe uscito in autunno e non in estate, e che non c’era speranza di tradurre altri libri.

Ci mancava la botta finale: adesso sì che mi sento veramente felice.

Lo giuro, lo giuro, non mi farò più fregare in questo modo. Mi risolleverò, prima o poi, e avrò sicuramente più coraggio, più determinazione, più sfacciataggine…

Di una cosa sono certa: di questa CE non comprerò più un libro, se è vero che il mio progetto verrà bloccato così, dopo mesi di illusioni.

Facevano bene a dirmi di non tradurre gratis per una casa editrice.

MAI MAI MAI PIU’ NON LO FATE MAI

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La traduzione può farci acquisire nuove qualità?

28/05/2009

La mia risposta è sì.

La gente mi ha sempre definito una persona tranquilla perché  è così che mi sono sempre mostrata agli altri. In realtà sono profondamente inquieta. Ricordo che all’università, durante un esame, tutti si stupivano della mia serenità ma nessuno poteva immaginare quello che avevo dentro:  nervosismo,  paura, la consapevolezza che anche la fortuna giocasse il suo ruolo. Nessuno se ne accorgeva perché non lasciavo trapelare nulla. A scuola era lo stesso: definita ragazzina affabile, socievole, sempre disponibile ad aiutare gli altri (che, specialmente in Sicilia, è sinonimo di: “bene, posso metterti i piedi in testa quanto voglio perché, tanto, non reagirai mai) e gentile con tutti. La prima volta in cui venne fuori la mia parte taurina (ci sono momenti un cui tutta la rabbia straripa e divento come un toro che, davanti a sè, vede solo rosso) i miei compagni si stupirono grandemente perché quel genere di reazione era assolutamente impensabile da parte mia (ricordo ancora un commento: “da Giulia mi posso aspettare una reazione del genere ma da te!”). Anche in questo caso ero stata brava a nascondere quella parte di me, quella parte che a volte mi fa rassomigliare ad un treno lanciato a tutto velocità, un treno distruttore. Con grande difficoltà, sto cercando di imparare a controllare questo mio difetto provando, al contrario, a gestirlo come un’eventuale arma a mio favore. Ora, tutto ciò rientra nella mia metà impulsiva, una metà che a volte (accompagnata dall’intuito) mi aiuta ma, in altre occasioni, mi danneggia.

Quando si traduce l’impulso eccessivo non va bene… l’ho imparato a mie spese.

La prova sarebbe discreta ma un po’ troppo superficiale. Nella traduzione bisogna armarsi di spirito critico e pazienza e fare prima tutte le ricerche per quanto riguarda la terminologia, poi lasciar decantare il testo e rileggere più volte per correggere la lingua, renderla italiano fluente e scovare tutti i calchi e i falsi amici. In questa traduzione i paragrafi sono disuguali; alcune frasi sono scritte molto bene. Questo mi ha reso più drastico perché vuol dire che non le manca la capacità ma l’esercizio. Deve riflettere di più sulle sue scelte.

Se avessi ricevuto questo tipo di commento qualche anno fa, probabilmente mi sarei offesa a morte perchè non riuscivo a sopportare le critiche, cercavo soltanto gratificazioni. Per fortuna, con il tempo, sono rinsavita ed ho capito che la vera sfida è con se stessi, non con gli altri. Questo breve giudizio, da parte di un perfetto sconosciuto, su una prova di traduzione che ho fatto quasi un anno fa, potrei quasi citarlo a memoria, tante sono state le volte in cui l’ho letto.

RIFLESSIONE.

Questa è la qualità che sto cercando di acquisire, giorno dopo giorno, parola dopo parola. Quando cerco sul dizionario, su qualunque tipo di dizionario, non mi fermo più al primo significato riportato. Mi fermo a riflettere anche su un aggettivo strausato come “beautiful”, chiedendomi se lo scrittore volesse con ciò intendere semplice bellezza o qualcos’altro. Anche se traduco una breve descrizione alberghiera (di cui mi sto occupando per conto di un’altra traduttrice) mi chiedo perchè sia stata usata una parola piuttosto che un’altra, fermandomi a riflettere anche sulle scelte di contenuto.

Sì, a poco a poco sto cercando di imparare perché, ne sono certa, non voglio più nascondermi, non voglio nascondere  le mie capacità, quelle innate e quelle acquisite nel corso del tempo.

Desidero diventare una traduttrice letteraria perché sto imparando (sì, anche questo si impara) ad amare la traduzione e tutti gli aspetti ad essa connessi. Desidero dimostrare ad una casa editrice che io sono in grado di ascoltare la voce di un’autrice (o autore) e di farla rivivere, con tutte le sue  sfumature, nella mia lingua madre.

Sì, adesso ne ho la certezza.